“Avanti popolo”, un pezzo della nostra storia

Sergio Banali, firma storica de L’Unità, ha scritto un romanzo sulle lotte e le speranze dei "lauradur" ambientato nelle campagne della lombarda e storica Goito

I nostri editori si facevano guerra senza esclusione di colpi, noi eravamo i loro soldati: ci eravamo arruolati per fede poltica, per amore della professione, tutti con la speranza di essere utili alla comunità. Certamente non per soldi. Perché i giornalisti de " L’Unità" davano al partito un terzo del loro stipendio sempre rigorosamente ai minimi contrattuali; perché anche noi scribi di provincia eravamo a stecchetto e si guardava agli impiegati di banca come a dei nababbi.

Si combatteva la buona battaglia, ma con stima e rispetto reciproci, mai da nemici. I reduci di quei tempi oggi possono dire di avere fatto una esperienza professionale e umana di alto livello. La auguriamo ai giovani colleghi.

Anche se ci si vede o ci si sente a intervalli enormi, con Sergio Banali, firma storica de L’Unità, è come ci si fosse lasciati il giorno prima. Quest’anno agli auguri per il 2007, Sergio ha aggiunto per me "Avanti popolo" ovvero le lotte e le speranze dei "lauradur" in un romanzo ambientato nelle campagne della lombarda e storica Goito. 
Il libro , edito dalla varesina "Arterigere," è scritto bene, ma da un vecchio pirata della penna come Banali era normale aspettarselo.

Alla buona scrittura però l’autore in ogni riga profonde anima e cuore: sarà un romanzo, ma è anche un diario, un affresco di un mondo che non c’è più, un documento stupendo. Una grande memoria recuperata nel segno di antiche certezze, con la voglia di spiegare e far capire, non di giustificare.

Sergio Banali mi ha regalato il libro sperando di non crearmi problemi, quanto meno di non annoiarmi. "Avanti popolo" l’ho letto dalle 22 alle 4 del mattino e ho faticato ad addormentarmi perché parte di quelle vicende io le ho vissute, in altri luoghi e da un osservatorio privilegiato, ma le ho vissute.

Sfollato infatti da Milano, dove ero nato nel 1932, nell’ottobre del 1942 a Camerlata di Como ho trovato una realtà che non conoscevo: quella degli operai tessili della FISAC, azienda della quale papà Silvio era dirigente. Ho frequentato le loro famiglie, sono cresciuto con i loro figli – ancora oggi i miei veri grandi amici – ho imparato il profondo rispetto che deve esserci per i meno fortunati. Mio padre aveva cominciato a lavorare nella stessa ditta a 14 anni come fattorino. Il 26 aprile 1945 era in piazza con i suoi operai a vedere la sfilata dei tedeschi che si arrendevano.

Non fu quello per me il solo impatto con un mondo duro. La nonna materna, Maria, era di Reggio Emilia: figlia naturale di un conte era stata subito spedita a balia in collina presso una famiglia di contadini: a 12 anni partì per fare la servetta a Milano. La nonna e le sue figlie mai dimenticarono le radici: e così anche noi nipoti siamo cresciuti nell’amore per gente che ancora oggi consideriamo parenti stretti.
La mia frequentazione di Casina, Barazzone, Leguigno,Rossena, tutti luoghi amati, si era iniziata ben prima della guerra e continua oggi.
Fino agli Anni 50 non c’era la luce e l’ acqua veniva attinta a una fontana abbastanza lontana; nei materassi niente lana, ma foglie secche di piante di granoturco. E il lavoro nei campi non conosceva la meccanizzazione.
In collina le lotte contadine del dopoguerra furono più sfumate, non così in pianura dove si verificarono anche eccessi. In città ci fu inoltre l’impegno da parte delle coop per sostenere i lunghi scioperi dei lavoratori delle Reggiane. Insomma fu un vero e proprio fronte di lotta.

"Avanti popolo " è stato un ritorno al passato che mi ha fatto bene e mi ha commosso: sono convinto che gioverebbe ai giovani conoscere la condizione in cui versava una parte della nostra società appena mezzo secolo fa. Io ho vissuto bene, ma avendo visto e toccato con mano non ho mai dimenticato. Anche da giornalista.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 14 dicembre 2006
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