“Il mercante di pietre” scalda solo la Lega

Al Teatro del Popolo proiezione per un pubblico scelto di fede padana, presenti Bossi e il regista Renzo Martinelli: fischiato l'unico intervento "contro" dal pubblico

 

«L’Islam non riuscirà mai a sedersi a casa nostra»: così Umberto Bossi ieri sera al Teatro del Popolo, durante il dibattito seguito alla proiezione del film di Renzo Martinelli "Il mercante di pietre", dedicato al tema del terrorismo islamico. Un’autentica parata di potenti targati Lega Nord quella che ha seguito il Senatùr, apparso in vena di conversazione già prima del film. Opera discussa, massacrata dalla critica italiana ed estera e schierato su posizioni così estreme da guadagnarsi la disapprovazione dello stesso Gianfranco Fini, "Il Mercante di pietre" ha messo insieme Umberto Bossi, Giancarlo Giorgetti, Giovanna Bianchi, Gianluigi Paragone, Giovanna Bianchi, Mario Borghezio e, a mo’ di outsider, Renato Farina, accolto calorosamente da Bossi e da tutti i vertici leghisti. Il vicedirettore di Libero «resterà tale a prescindere dalle decisioni della nostra categoria» avverte il collega Paragone. Assente invece Khaled Fouad Allam, cui un impegno nella capitale ha impedito di presenziare a rappresentare la voce dell’Islam moderato, concetto inesistente nel film, e a detta di molti anche nella realtà.

Nella presentazione iniziale della pellicola, «film boicottato perchè non politically correct e non venuto dai soliti ambienti di sinistra», Paragone ha ringraziato i Giovani Padani, «tesoro della Lega», che sono accorsi numerosi all’appuntamento, contribuendo al quasi pienone della sala (oltre un centinaio di spettatori hanno assistito al film). Quando, dopo la proiezione, uno spettatore dal pubblico ha accusato la pellicola di far apparire come «brutti e cattivi» tutti gli immigrati musulmani, i giovani leghisti lo hanno ricoperto di fischi; il loro segretario provinciale ne ha però preso le difese, commentando che se non altro, «qualcuno c’è che ha il coraggio dire la sua in faccia senza darci subito dei razzisti».

La pellicola proiettata è il director’s cut, la versione integrale: il film infatti è stato "tagliato" nei (pochi) cinema che hanno diffuso l’opera di Martinelli. La trama segue l’abisso di depravazione morale di un cattolico convertitosi all’Islam e diventato un fanatico terrorista per al Qaida: solo innamorandosi sul serio della donna che vorrebbe usare come inconsapevole strumento di morte per un’azione terroristica potrà avere una chance di riscatto.

Il regista ha descritto la piccola odissea per mettere insieme il cast (difficile trovare gli attori, ma alla fine sono spuntati fuori nientepopodimeno che Harvey Keitel, Murray Abraham e Jane March) e per trovare le location in cui filmare certe scene («nessun porto d’Inghilterra ci ha voluto concedere i permessi»). Un film aspro, schierato, netto, senza dubbi nè incertezze, ma che nondimeno si basa su episodi reali – il discorso pieno d’odio fanatico dell’imam Murray Abraham è copiato di peso da quello di un imam alla moschea di Roma, le conversazioni fra i terroristi riprendono quelle intercettate dalla Digos, i diabolici piani per usare una "colomba", una vittima inconsapevole circuita per lungo tempo, allo scopo di usarla come detonatore vivente in un attentato, i crudissimi filmati con l’amputazione di una mano o una lapidazione forniti da Amnesty International, tutto ha precisa rispondenza nella peggiore realtà. Eppure le difficoltà incontrate nel girare il film testimoniano una timidezza dell’Occidente che per Martinelli sconfina nell’autolesionismo. Da qui il pessimismo cosmico del regista, che vede un’Europa «vecchia e rassegnata, che non fa più figli e perde le sue radici cristiane».

Nel dibattito conclusivo l’ottimismo di Bossi e quello di Farina, che si è lamentato del trattamento ricevuto dai colleghi dell’Ordine dei giornalisti per aver collaborato con i servizi segreti, trovava alimento nei proclami di fuoco di Borghezio, lesto ad equiparare immigrazione e terrorismo, e convergeva paradossalmente con le radicate paure di Martinelli. Un Occidente che riempie di soldi (petrodollari, ma non se ne è parlato, di petrolio) Paesi da cui poi si finanzia il terrorismo, che a sua prende alimento dalla nostra "debolezza" (leggasi "multiculturalismo"); questa la cupa visione del regista. «Abbiamo imboccato una china che ci porterà ad essere fagocitati» aveva detto Martinelli prima della proiezione: solo il futuro potrà smentire lui e tutte le moderne Cassandre, il cui canto di dolore sembra nascondere un sottotitolo in inchiostro neppure tanto invisibile: «votate in un certo modo e saremo al sicuro, votate nell’altro e gli islamici ci invaderanno».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 15 dicembre 2006
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