L’avventura nell’avventura

Il diario dei tre giovani varesini giunge alla terza puntata: tra foresta guatemalteca e forature nel fango, i nostri eroi si apprestano a passare il Natale in spiaggia

Ci eravamo lasciati alla partenza da Tulum: il programma di passare qualche giorno a Punta Allen per poi spostarci sulle coste del Belize è stato forzatamente cambiato causa la constante compagnia di nubi nere e pioggia quasi incessante.  

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L'avventura nell'avventura 4 di 20

Il passaggio a Punta Allen (paesino di pescatori di 200 anime nel mezzo di una riserva naturale sulle coste del Quintana Roo, 56 km a sud di Tulum che si percorrono in 5 ore di uno sterrato che chiamare strada è quanto di più lontano dalla realtà si possa immaginare) si è quindi ridotto in una notte passata nella splendida “posada” (pensione) di una viaggiatrice statunitense, Sirena, nel pueblo da 17 anni. Purtroppo anche gli spettacoli naturali offerti da Punta Allen e dalla riserva naturale (barriera corallina, spiagge di sabbia bianca e acqua cristallina, foreste di mangrovie abitate da decine di specie di uccelli dai pellicani agli aironi, dai cormorani alle fregate), perdono notevolmente di fascino se sovrastate dalle nuvole e da un vento tagliente che non concede tregua.  

Così dopo un tour di tre ore in barca tra reef e laguna, decidiamo di riprendere la marcia verso sud, fermandoci la sera del 9 dicembre a Felipe Carrillo Puerto, dopo altri 50 km percorsi in più di tre ore. Nella cittadina, un tranquillo punto di passaggio tra il nord e il sud dello stato mexicano (al confine con il Belize ), troviamo numerosi gruppi di giovani che, seguendo la tradizione, in occasione della festa della Virgen del Guadalupe (12 dicembre), compiono un pellegrinaggio a piedi o in bicicletta spostandosi per tutto il Messico. 

Viste le fosche previsioni meteo, abbiamo deciso di anticipare la nostra toccata e fuga a Tikal, sito Maya immerso nella giungla del Peten, nel nord del  Guatemala. Lasciato Felipe Carrillo Puerto e trascorsa una notte a Chetumal (le uniche cose degne di nota sono il museo della cultura maya che visitiamo nel tardo pomeriggio e l’abbondante parillada con cui ceniamo), all’alba di lunedì 11 dicembre saliamo fiduciosi sull’autobus che avrebbe dovuto condurci in poco più di 7 ore alla cittadina guatemalteca di Flores a pochi km dalle rovine di Tikal, passando per il Belize. Dico avrebbe dovuto perché il viaggio inizia subito con il piede sbagliato, visto che una ruota dell’autobus scoppia pochi km dopo la partenza, appena passato il confine Messico-Belize.  

Ma il peggio era ancora lungi dall’essere raggiunto: appena varcata la frontiera tra il Belize e il Guatemala (un balzo indietro nel tempo di almeno 10 anni…) salutiamo prima l’asfalto, sostituito da una lingua di terra e fango, e, dopo un’oretta di cross-country, salutiamo anche il nostro autobus. L’incessante pioggia ha infatti reso la “strada” un pantano di viscido fango, e dopo aver superato a fatica un paio di salite, alla terza l’autobus è costretto ad alzare bandiera bianca, abbandonando noi e i nostri compagni di viaggio (tutti turisti occidentali, per lo più statunitensi) in mezzo al nulla degli altipiani guatemaltechi. Carichi di buona volontà (e dei nostri zaini non propriamente leggeri…) ci incamminiamo verso Flores (a soli 80 km), con l’assicurazione dell’autista dell’autobus che arriverà a recuperarci un mezzo di soccorso appena possibile.  

Dopo aver arrancato nel fango per un paio di km, la nostra carovana viene affiancata da un “colectivo”, minibus già stracarico di locali. Noi tre e altri 4 reduci dal “naufragio nel fango” ci sistemiamo nel già affollato pullmino, che in un paio d’ore (e dopo aver caricato ancora altri passeggeri, fino a stivare nei 12 posti teoricamente disponibili ben 25 persone…) ci porta finalmente a Flores. Il paesino, sistemato su un’isola a un centinaio di metri dalla terraferma sul lago di Peten Itza, è come un’oasi di pace e tranquillità nel caotico e poverissimo panorama guatemalteco. Anche la cittadina di Santa Elena, divisa da Flores unicamente dal ponte che collega il paesino alla terraferma, presenta una realtà decisamente più vicina a quello che è la situazione sociale del Guatemala, uno dei paesi più poveri e sottosviluppati dell’America Latina.

Appena sistemati i bagagli prendiamo accordi per partire l’indomani per un tour nella foresta del Peten, che in tre giorni ci condurrà prima a El Zotz, sito maya praticamente inesplorato, e poi a Tikal. Quindi, dopo una cena in riva al lago e poche ore di sonno profondo (distrutti dalla giornata di viaggio), con il sorgere del sole partiamo alla volta del pueblo in compagnia di Paula (una trentaseienne messicana di Città del Messico con cui avevamo già condiviso l’odissea del giorno prima), Michele (venticinquenne torinese reduce da tre mesi di volontariato nel bel mezzo del Guatemala, che da qui in poi entrerà a far parte della compagnia a pieno titolo), e dalla nostra guida, Alex, un nativo guatemalteco che ha vissuto 33 dei suoi 36 anni negli Stati Uniti.  

Dopo un’ora di minibus ci fermiamo a El Cruce de Dos Aguas, un paesino di capanne di legno con tetto di lamiera, in cui consumiamo una ricca colazione (uova, fagioli e tortillas annaffiate da galloni di caffè solubile) in casa di Carmelo, uno dei due membri della scorta che accompagnerà noi e la nostra guida per il trekking nella foresta. Con la compagnia di una allegra famigliola di maiali e svariati polli e galline che razzolano tra i nostri piedi, attendiamo che i nostri tre accompagnatori carichino di viveri e acqua i tre cavalli da soma che seguiranno la spedizione. Ci colpisce un po’ il fatto che, oltre ai machete portati alla cintola da Alex e Carmelo (indispensabili per un tour nella giungla), il terzo membro della scorta, Urbano, porti a tracolla un fucile che sarebbe adatto per la caccia all’elefante nel Masai Mara. Alex ci spiega che scorta e fucile servono per difenderci da animali (la selva del Peten è abitata da giaguari e puma, oltre che da alcune specie di scimmie che possono diventare aggressive) e umani, dato che, soprattutto con l’avvicinarsi del periodo natalizio, è possibile che la “mala gente” sia tentata di approfittare della gran quantità di turisti che giungono a Tikal e dintorni carichi di dollari ed euro. Capiremo più avanti il motivo reale della nostra scorta armata… 

Caricati i cavalli e indossati gli impermeabili (visto che, guarda caso, la nostra partenza e´annaffiata da una generosa pioggia tropicale), partiamo per cinque lunghe ore di cammino. Il sentiero che percorriamo fiancheggia inizialmente alcuni sterminati possedimenti terrieri che Alex ci spiega essere di proprietà di pochi potenti della zona, i quali li utilizzano per l’allevamento di bestiame e, soprattutto, per quella che insieme al turismo è la maggiore fonte di introiti della zona: la coltivazione di cocaina e marijuana. Dopo un paio d’ore di marcia, il sentiero si immerge nella selva del Peten, entrando nella riserva naturale del Biotopo San Miguel La Palotada. Con la nostra attrezzatura del tutto inadatta (solo Michele ha scarpe da trekking, mentre noi tre con le nostre scarpette da ginnastica e Paula con i suoi sandali arranchiamo nel fango a fatica), copriamo i 22 km che ci separano dal nostro accampamento, giusto in tempo per raggiungere prima del buio le vicine “cuevas”, spaccature nella parete di una vicina collina da cui al tramonto escono milioni di pipistrelli. La nube nera di “murciélagos” che all’unisono escono dai loro rifugi di roccia quasi come un’esplosione è uno spettacolo veramente unico. Torniamo all’accampamento (che tra l’altro è molto più accogliente di quello che ci saremmo aspettati: una cabaña che ci servirà da alloggio per la notte e due pagode che fanno da cucina e sala da pranzo), giusto in tempo per darci una rapida ripulita dal fango e per gustarci il pollo alla griglia e le tortillas preparate da Carmelo e Urbano.  

Dopo un paio di scambi di esperienze di vita e di viaggio con Michele e Paula, alle 9 di sera ci buttiamo distrutti nella nostra cabaña per una tranquilla notte di sonno immersi nei rumori della foresta. La mattina sucessiva Alex ci accompagna alle vicine rovine di El Zotz, scoperte solo 4 anni fa da un archeologo statunitense. Le rovine sono ancora interamente inghiottite dalla giungla e dagli alberi, e dalla cima di uno dei templi principali, che l’intricato dedalo di radici che ancora lo ricopre rende più simile a una collina alberata che ad una struttura architettonica, godiamo lo splendido panorama della sterminata distesa di verde che ci separa da Tikal, di cui riusciamo a scorgere in lontananza i templi più alti. Alex ci spiega che a febbraio inizieranno i lavori per riportare alla luce l’antica città Maya, lavori a cui parteciperà anche Carmelo, il membro anziano della nostra scorta.  

Torniamo all’accampamento dopo la visita a El Zotz giusto in tempo per un rapido pasto a base di zuppa di verdure e sardine in scatola, e alle 2 ripartiamo per le tre ore di cammino che ci separano dal nostro prossimo accampamento. Il sentiero è notevolmente più stretto e tortuoso di quello del giorno prima, e la selva che ci circonda diventa sempre più folta e intricata. Già dalla partenza notiamo una strana tensione in Alex e nei membri della nostra scorta, e anche la nuova disposizione del gruppo, con Carmelo e Urbano che ci seguono a qualche centinaio di metri di distanza con i cavalli (mentre il giorno prima procedevamo tutti uniti), ci lascia qualche perplessità.  

Dopo una mezz’ora di camminata capiamo tutto: giunti ad un lieve slargo nel sentiero, Alex ci rende edotti del fatto che dieci giorni prima, in quello stesso punto, lui, Carmelo e le due turiste olandesi da loro accompagnate erano stati assaliti da due banditi armati, che oltre ad aver derubato i membri dell’escursione di tutti gli oggetti di valore, avevano anche violentato le due malcapitate. La successiva esortazione della nostra guida a evitare di parlare a voce alta e a tenere gli occhi bene aperti è del tutto superflua, e le due successive ore di marcia sono accompagnate da un silenzio irreale e da una tensione tangibile che attanaglia tutti i componenti della comitiva. Fortunatamente l’unico assalto che subiamo è quello degli sciami di zanzare che ad ogni minima sosta rendono necessarie abbondanti docce di repellente, e con il tramonto arriviamo sani e salvi (anche se mentalmente, oltre che fisicamente, provati) al nostro secondo accampamento, molto più spartano del precedente: prima di sistemare le tende dobbiamo sistemare il tetto della pagoda con le foglie di banano che troviamo nei pressi dell’accampamento, dato che le tende non sono munite di copertura e che la pioggia non ci da tregua (il tutto alla luce delle candele e delle poche torce di cui siamo muniti). Preparati i nostri giacigli, ci gustiamo una inaspettatamente ottima pasta cucinata dalla nostra valente guida, sistemati sulla nuda terra intorno al fuoco.  

Dopo due chiacchiere alla luce del falò, ci buttiamo distrutti nelle nostre tende, per essere poi svegliati alle 4 di mattina dagli assordanti ruggiti delle scimmie urlatrici e di un giaguaro che si aggira nei pressi dell’accampamento. Un veloce desayuno e, salutati Carmelo e Urbano (che tornano al pueblo da cui siamo partiti con armi e cavalli nel vero senso della parola), alle 6 siamo pronti per incamminarci lungo il sentiero (ancora più tortuoso e immerso nella selva di quello del giorno precedente) che in 5 ore ci condurrà a Tikal, meta finale del nostro tour. L’ultima parte del trekking nella foresta è anche la più faticosa, sia per la stanchezza fisica accumulata nei due precedenti giorni di cammino, sia per le poche (e scomodissime) ore di sonno che ci siamo concessi in mezzo al mare di umidità che ci circonda, sia per le condizioni del sentiero: un continuo su e giù tra radici di enormi alberi secolari e guadi di torrentelli e fiumiciattoli esondati per le abbondanti piogge degli ultimi giorni. La difficoltà del percorso rende ancora più soddisfacente il giungere alla meta finale, e appena raggiunte le splendide rovine di Tikal, ci concediamo una meritatissima birra celebrativa, dopo la quale ci dedichiamo alla visita del sito archeologico.  

Tikal e´stata per oltre 7 secoli la città-stato dominante della zona tra gli odierni stati del sud del Messico (Tabasco, Chiapas e penisola dello Yucatan), Belize e Guatemala, ed è pertanto uno dei siti più ricchi di storia e ricchezze architettoniche dell’intero universo della civiltà Maya. Purtroppo siamo tutti troppo stanchi per un giro esaustivo delle rovine, e ci limitiamo a visitare i templi e i palazzi più significativi, prima di tornare, sporchi, fisicamente distrutti, assonnati, ma pienamente soddisfatti, a Flores e alla “civiltà”, dove trascorriamo una giornata intera, necessaria per recuperare un po’ di forze (nonché per lavare i vestiti indossati nella selva dai quintali di fango di cui sono ricoperti). Quindi, salutata Paula (che torna in Messico) con il nostro nuovo compañero di viaggio Michele (che ha dato nuovo equilibrio al gruppo, con il suo bagaglio di esperienze in Centro America e la sua apertura mentale), alle 5 di mattina di sabato 16 dicembre partiamo diretti nuovamente a Palenque, passando per il confine di Corozal.  

Il viaggio è quanto di più guatemalteco si possa immaginare: la strada da Flores a Tikal è uno sterrato sconnesso e sassoso, durante la quale il nostro colectivo è costretto a fermarsi 2 volte per altrettante forature. Per coprire i poco più di 100 km che ci separano dal confine impieghiamo più di 5 ore. Quindi, dopo un trasbordo di una ventina di minuti su una precaria lancia con la quale attraversiamo il Rio Salinas, il fiume che delimita il confine tra i due stati meso-americani, e altre 3 ore abbondanti di colectivo attraverso le colline del Chiapas e della Selva Lacandona, giungiamo infine a Palenque. Torniamo nel villaggio hyppie di El Panchan,  dove sostiamo domenica 17 in attesa di ripartire lunedì 18 dicembre) alla volta di San Cristóbal de Las Casas, dove arriviamo nel tardo pomeriggio.  

Un breve giro dell’affascinante centro storico della città e poi via verso i dintorni ricchi di storia e cultura indigena, nel core della cultura zapatista. Quindi, temprati dalla selva, siamo pronti a tuffarci nella nuova tappa del viaggio, prima di salutare Michele (che ripartirà per Cancún e da lì per pochi giorni in Italia, prima di iniziare un nuovo progetto di volontariato, questa volta in Bosnia) e dirigerci verso le coste del Pacifico per il nostro Natale sulla spiaggia!

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 20 dicembre 2006
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