La chirurgia plastica dichiara guerra all’emarginazione

Il sito Sieropositivo.it svela che sono in deciso aumento le richieste di interventi ricostruttivi. Otto malati di Aids su 10 in trattamento rifiutano la propria nuova immagine

Uno dei drammi maggiori per chi è sieropositivo è quello dell’accettazione di se stesso, della nuova immagine riflessa dallo specchio. Otto su dieci la rifiutano e vorrebbero cambiarla , questo è quanto emerge dai dati della community di Sieropositivo.it.

Per i malati di Aids il volto scavato e le rughe profonde sono un elemento distintivo della malattia . Le guance si infossano, le orbite si riducono e il viso muta, cambia, non più sostenuto dall’adipe si modella attorno al cranio e alle ossa del volto, assumendo un aspetto scheletrico. Tecnicamente si chiama “sindrome lipodistrofica”, di cui è emblema la lipoatrofia del volto, caratterizzata dalla progressiva riduzione del tessuto adiposo.

«Il problema maggiore non è tanto sentirsi rifiutati, ma rifiutare la nuova immagine di se stessi. Il fisico trasformato, la bellezza persa, il portare una maschera – volto scavato, rughe profonde – che nell’immaginario collettivo ormai identifica il sieropositivo. Ecco allora che la chirurgia plastica, ricostruendo l’immagine che il sieropositivo ha di sé, lo aiuta a riconquistare la propria è più che triplicata».

«L’aspetto più grave della lipoatrofia del volto è l’impatto psicologico che crea al paziente. Da una parte scatta l’erronea convinzione di un peggioramento dell’infezione e, dall’altra, il timore di indurre, in chi li osserva, il sospetto della malattia. E così, troppe volte, il paziente è indotto a sospendere la terapia , dal momento che la sindrome lipodistrofica è uno dei più marcati effetti collaterali dei farmaci antiretrovirali, ovvero quelli utilizzati per ridurre e contenere la replicazione di nuove copie di virus che, ogni giorno, l’organismo di una persona sieropositiva produce in milioni di copie», commenta Antonio Distefano , specialista in chirurgia plastica e ricostruttiva dell’Università degli Studi di Genova, aiuto primario alla clinica Santa Rita di Milano, già relatore ai congressi 2005 e 2006 sul tema della lipodistrofia in pazienti hiv positivi.

In questi tre anni di vita del portale Sieropositivo.it si è parlato spesso del trattamento della lipoatrofia del volto, ma l’intervento chirurgico veniva spesso rifiutato perché non dava risultati duraturi. Fino a poco tempo fa si operava esclusivamente con la contestata tecnica del lipofilling , che consiste nel prelievo del tessuto adiposo da un donatore e nel successivo impianto nel volto. Ma il ricovero in ospedale, i lunghi tempi di recupero (il gonfiore postoperatorio di un lipofilling perdura per circa 15 giorni) e il frequente riassorbimento parziale o totale del grasso impiantato, hanno indotto a cercare nuove soluzioni.

Ed ecco arrivare dalla chirurgia estetica la soluzione: i fillers permanenti «che rappresentano una realtà operativa nella risoluzione della lipoatrofia del volto. In particolare, il gel di poliacrilamie rappresenta, allo stato attuale, la soluzione più veloce e risolutiva», spiega il dottor Antonio Distefano dalle colonne di Sieropositivo.it. «Il trattamento è rapido, in quanto in una o due sedute ambulatoriali si elimina il problema, si esegue sempre in anestesia locale o in sedazione assistita ed è sicuro, dal momento che, verificate le opportune indicazioni e controindicazioni (carica virale, conta dei CD4 assenza di concomitanti malattie infiammatorie della cute, erpetiche o autoimmunitarie), non si sono mai verificati effetti collaterali -commenta il dottor Antonio Distefano-. Il risultato armonico ed omogeneo dell’intervento di chirurgia estetica ha già consentito a molti pazienti di migliorare da subito il livello di autostima , permettendo loro di ritornare ad una vita sociale e relazionale soddisfacente».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 01 dicembre 2006
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