La solidarietà non è una riserva indiana

“Guardatela oggi, questa legge di Dio, tre volte inchiodata nel legno” cantava De Andrè.
In questi giorni il dibattito sulla vita e sulla morte ha imperversato. Alla durezza di alcune posizioni hanno fatto eco risposte piene di dubbi, di domande. Come del resto sembrerebbe logico di fronte al dolore, alla sofferenza delle persone. Invece viviamo un’epoca in cui si radicalizza e spettacolarizza tutto. E tutti, a torto o ragione, si sentono in diritto non solo di esprimere il proprio parere, ma anche di emettere sentenze. E quelle figlie del pregiudizio o dei luoghi comuni spesso sono senza appello. Non c’è spazio alla ragione, ma nemmeno alla pietà.
E così nei giorni della morte di Welby, in una delle province più ricche d’Italia, abbiamo dovuto scoprire che decine di persone in stato di coma rischiano di veder interrotta l’assistenza.
A questa vicenda si aggiunge la storia di Massimiliano, per come noi l’abbiamo conosciuta. Non possiamo sapere quanti sono nelle sue stesse condizioni, ma certamente è necessario aprire una riflessione.
Una riflessione sul senso della vita, ma forse con più semplicità sui servizi, sulla solidarietà.
La nostra società è cambiata radicalmente. Sono cambiate le reti delle relazioni e qualsiasi analisi e scelta non può non tenerne conto. Rispettare la dignità delle persone significa riuscire a dare risposte certe ai bisogni. Significa gestire le problematiche con un’attenzione e una sensibilità che metta il cittadino al centro. Molto si sta facendo, ma molto va fatto ancora. Gli operatori, pubblici e privati, vanno messi nelle condizioni di poter lavorare meglio. Ma anche questo non basta.
La sfera della solidarietà è importante anche quando viviamo in una società ricca come la nostra. È importante perché ci mette a contatto con mondi e situazioni concrete. Ma la solidarietà non può essere la risposta e non può essere vissuta quasi fosse una riserva indiana. Un territorio specifico dove, magari in età pensionabile o da ragazzini, ci si sente di dover fare qualcosa per gli altri.
È cosa diversa vivere con passione, sensibilità, umiltà all’interno di un progetto più grande dove il nostro impegno personale sia libero, ma anche di reale aiuto.
Per questo negli ultimi anni si parla con ragione di cittadinanza partecipata. In quel progetto, semplice ma affascinante, sta una delle possibili soluzioni allo sgretolamento delle reti di relazione. Rimettere al centro la storia e la dignità delle persone rispettandone scelte e principi diventa così la vera priorità. Farlo costa fatica, ma non farlo ci renderebbe tutti più esposti, più fragili, più poveri. E non certo solo economicamente.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 28 dicembre 2006
Leggi i commenti

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.