Marianna Ucrìa e la sensualità del silenzio

Martedì sera un pubblico entusiasta ha accolto all'Apollonio la versione teatrale del romanzo di Dacia Maraini, in replica mercoledì e giovedì

Una Sicilia indimenticabile, dalla natura rigogliosa e profumata, i vivaci colori dei costumi, un motivetto musicale allegro e ricorrente. E’ una ricca e minuziosa scenografia sensoriale a fare da cornice al dramma di Marianna Ucrìa, la povera "babbasuna" cui la vita ha negato tutto: l’udito, la parola, la passione dei sensi, un contrasto ancora più doloroso nella nobilità di inizio Settecento, in cui la donna nasce per sottomettersi e obbedire. Marianna, però, ha qualcosa che la riscatta dalla sua inferiorità: in un mondo di analfabeti la nonna Giuseppa, tra critiche e scherni, le ha insegnato a leggere e a scrivere. Le ha dato le chiavi della coscienza di sé: Marianna, pur costretta a sposare giovanissima il "signor zio", a sfornare uno dietro l’altro otto bambini, dà scandalo leggendo Voltaire e Pascal, interessandosi delle proprietà di famiglia, mischiandosi con gli operai…in mezzo a tutto questo coraggio e indipendenza, solo il suo cuore rimane arido per lungo tempo: per lei l’amore è solo un atto brutale e meccanico, per lei non esiste il piacere.

Finezza psicologica e raffinatezza dei dettagli rendono unica "La lunga vita di Marianna Ucrìa", andato in scena martedì sera al teatro di Varese. La versione teatrale dell’omonimo romanzo di Dacia Maraini, curato dalla stessa autrice, riesce a fare l’impossibile: porta in teatro, l’arte della parola per eccellenza, le memorie sepolte dal silenzio di una sordomuta, impersonata dalla bravissima Mariella Lo Giudice. Geniali gli escamotage di scena, ideati in stretta collaborazione con il regista Lamberto Puggelli e lo scenografo Roberto Laganà Manoli: a raccontare la storia di Marianna è il flusso di coscienza della protagonista, "triplicata" in tre figure femminili che la rappresentano in diversi momenti della sua vita (bambina, giovane e donna matura), mentre un’inquietante parete a specchio che rivela o nasconde ci lascia penetrare nel suo passato.

Lo spettacolo è il viaggio nella memoria di Marianna, al centro del quale ci sarà una tragica scoperta: la sua menomazione è il frutto orribile dello stupro da parte del signor zio Pietro, proprio quello zio che per volere dell’adorato padre diventerà il suo"signor marito". Solo dopo la morte di Pietro Ucrìa Marianna si riconcilierà con il proprio corpo, gelido e indifferente, grazie all’amore sensuale con il servo Saro, e finirà per sancire la sua indipendenza abbandonando per sempre la meschinità e l’egoismo della sua Sicilia. In vista, c’è la possibilità di un nuovo matrimonio, questa volta d’amore…

"La lunga vita di Marianna Ucrìa" è anche uno spietato quadro della nobiltà siciliana del Settecento, di cui è portavoce don Pietro Ucrìa: nei suoi monologhi riconosciamo l’arroganza di una classe parassita, immobilista, che disprezza le donne, considerandole un puro mezzo per "figliare" e continuare la casata, concepisce l’ozio e il lusso come la manifestazione di una natura superiore. Il nobile disprezza il lavoro e il denaro, ma già si inquieta di fronte ai borghesucci che cercano di avanzare nella società, profetizzando un ribaltamento dei ruoli che presto avrà un nome e un’anima: la Rivoluzione francese.

"La lunga vita di Marianna Ucrìa" andrà ancora in scena al Teatro di Varese mercoledì 6 e giovedì 7 dicembre, alle ore 21. Andrà in scena anche al Teatro delle Arti di Gallarate martedì 12 e mercoledì 13 dicembre alle ore 21.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 06 dicembre 2006
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