Monologhi e canzonacce, Kowalski è tornato

Grande successo per lo spettacolo di Paolo Rossi all'Apollonio: «Il pubblico del teatro è gente curiosa, un comico deve saper trasmettergli qualcosa»

In un contesto dove a spopolare è la comicità una e getta, frutto di gag leggere ottime per essere riportate pari pari sui libri, molto spesso costruita su accenti caricaturali di stampo regionalistico, c’è qualcuno che è ancora in grado di fare un “teatro di denuncia”, di conciliare la risata con la riflessione.

Un esempio lo si ha avuto ieri sera a Varese, dove si è esibito uno dei maestri del genere, un comico della vecchia guardia che si è formato in palestre di prima qualità come i cabaret milanesi degli anni ’80. Al teatro Apollonio, gremito in ogni ordine di posti, c’era un certo Paolo Rossi, in tournè con lo spettacolo “Chiamatemi Kowalski. Evolution”.
In un mix di pezzi del passato – Kowalski è il mitico personaggio, creato nel 1988, che ha fatto conoscere Rossi al grande pubblico – e nuove storie d’attualità, il pubblico ha assistito a due ore di monologhi e “canzonacce” dalla comicità esilarante ma allo stesso tempo dura, ruvida. «Mi scuso e mi sento un po’ in imbarazzo, ma questa sera farò anche della satira» annuncia infatti lo stesso Rossi, con un ghigno beffardo che è tutto un programma. D’altronde, piaccia o no, questo è il modo d’intendere il teatro da parte di Paolo Rossi , come si apprende verso la fine dello spettacolo, nel “manifesto in tre punti”  della sua compagnia – il Teatro di rianimazione – declamato dallo stesso Rossi sul palco: «La satira non ha censura, i limiti sono a discrezione di colui che inscena lo spettacolo.; il teatro è l’arte del conflitto, basti pensare a Giulietta e Romeo o ad Amleto; nella mia compagnia vigerà la forma economica del baratto, per evitare che tutto venga ridotto al concetto di merce». Una volta sgomberato il campo da ogni genere di paletto, Rossi può dunque lasciarsi andare ad una satira a 360°, che non risparmia nessuno. Berlusconi naturalmente, ma anche Gianni Agnelli e Lapo Elkan, l’Arma dei Carabinieri, il centrosinistra.

Ce n’è per tutti, ma la denuncia più appassionata è quella nei confronti del suo mondo, quello del teatro e della cultura in genere. «Il quadro culturale italiano è davvero squallido – afferma infatti Rossi al termine dello spettacolo, nell’intervista che ha gentilmente concesso a Varese News – soprattutto per quanto riguarda i giovani. Anche quando ho iniziato io non è che fosse tutto rose e fiori, però la torta era abbastanza grande e si riusciva a mangiarci in tanti, oggi invece per i giovani è davvero dura: mancano progetti, sono venute meno le sovvenzioni statali. I comici della mia generazione hanno grosse responsabilità, io ho messo in piedi una compagnia teatrale che coinvolge quindici persone, cerco di dare delle opportunità a qualcuno».
Un atto d’amore verso la forma espressiva che più gli è cara. «Ho lavorato tanto anche in televisione, dove sono tornato di recente, ho fatto dei dvd – afferma Rossi – ma non ho mai smesso di esibirmi a teatro, la considero la mia dimensione naturale». Una dimensione, ça va sans dire, che gli permette una totale libertà d’inventiva e d’espressione: «Mi piace il contatto con il pubblico, le persone che vengono a teatro è gente curiosa, che vuole capire. Ho portato i miei spettacoli in giro per l’Europa, in Polonia erano venuti a vedermi perché pensavano parlassi di Lech Walesa». Un rapporto tutto particolare, quello tra Paolo Rossi e il suo pubblico. «Noi siamo una compagnia che riscuote successo dappertutto perché facciamo un teatro di situazione – spiega – la nostra comicità non è basata su gag territoriali. Un altro aspetto importante è la trasversalità del mio pubblico. Ho deciso di riproporre vecchi successi di Kowalski perchè oggi viene a vedermi una generazione che negli anni ’80 era poco più che bambina, rimanendo così tagliata fuori da quella stagione».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 13 dicembre 2006
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