Sta tra una caldaia ipertecnologica e le maglie Dolce e Gabbana il futuro della Legnano Industriale

Al di là delle querelle natalizie, ecco perchè le sorti dello stabilimento Abb influenzano il volto industriale della città dell'altomilanese

E’ arrivata anche sui banchi del consiglio comunale, dopo aver fatto il giro delle scrivanie delle principali istituzioni locali e nazionali – sotto forma di una lettera di reclamo firmata Dolce e Gabbana – la questione del futuro dello stabilimento Abb di Legnano. E, forse è arrivata pure a una conclusione salomonica, che vedrà l’area divisa equamente tra le due realtà, La Fcl e la Dolce e Gabbana, che si contendono la grande sede di quella che fu una delle storiche aziende della Franco Tosi. 

Ma la questione della destinazione di quella storica area industriale non si consuma in una querelle scoppiata tra il panettone e i botti di capodanno: si tratta infatti di una storia che parte da molto più lontano, e incide sulla fisionomia produttiva di Legnano. Una storia che comincia secoli fa, con una azienda dal nome Officine Elettriche Legnano.

«Le Officine Elettriche Legnano nascono alla fine dell’800 e, sono rimaste fino agli inizi degli anni 80 della Franco Tosi – spiega Ferruccio Ceccarelli, direttore generale di Euroimpresa, rappresentante perciò di una delle realtà coinvolte insieme alle istituzioni nella vicenda oltre che importante memoria storica dell’industria legnanese –   Nell’81 però passano alla multinazionale svedese Abb, che prima concentra su Legnano la produzione di trasformatori di potenza, poi – l’anno scorso, proprio  in questi giorni – annuncia la chiusura della sede legnanese a favore delle attività in Germania e Spagna. E’ da lì che cominciano ad aprirsi due tavoli, uno romano per gli aspetti industriali e uno lombardo per gli aspetti sindacali: quest’ultimo nato perchè con la decisione della multinazionale 250 persone si ritrovavano senza lavoro. Il tavolo romano invece era stato convocato perchè la sede produttiva ha una valenza altamente strategica: che la produzione dei trasformatori di potenza, quelli usati nelle centrali elettriche, abbandoni questo paese non è infatti cosa da poco. Se poi questo ragionamento lo si applica su Legnano, dove dal 1990 in poi si è assisitio al progressivo svuotamento dell’industria elettromeccanica, le conseguenze sono tali da far ipotizzare la fine di Legnano come secondo polo elettromeccanico d’Italia dopo Genova»

Quella della produzione di trasformatori di potenza era una industria che portava ad Abb oltre il 60% del mercato italiano: sue due uniche concorrenti erano un’altra industria legnanese, la Tamini, e la casertana Getra. La preoccupazione,a questo punto, era quella di mantenere un tale know how a Legnano. «Ma non si trattava solo di  quello – spiega Ceccarelli – Non solo le risorse umane qui sono particolarmente importanti e qualificate, ma lo stesso stabilimento ha delle caratteristiche non riproducibili altrove. Più precisamente, quello stabilimento ha pilastri con portata di 400 tonnellate: il che significa che sono in grado di reggere macchinari pesantissimi. In Italia, di stabilimenti così ce n’erano quattro in tutto, e uno dei più paragonabili è quello, anch’esso legnanese, dell’Ansaldo – Franco Tosi, che porta però "solo" 250 tonnellate»

L‘Abb, intanto, comincia a ricollocare parte del suo personale in fabbriche lombarde del suo gruppo impegnate in altre produzioni. Ma il know how dei lavoratori Abb è altissimo, tant’è vero che 40 di loro finiscono per andare a lavorare alla Tamini – cioè la concorrenza – che da allora si è pure ingrandita. Ma anche la Getra, una volta che le risorse umane Abb si sono "liberate" (per usare un eufemismo molto in voga) ne ha acquisito alcune, tant’è vero che ora ha costituito una piccola società di ingegneria a lei collegata nella tecnocity legnanese.

Nel frattempo, ci si dà da fare per trovare una soluzione che non faccia pertdere il patrimonio industriale a Legnano. «La prima proposta , fatta dal sindacato - spiega Ceccarelli – è stata quella di vendere quell’area alla  Tamini: ma Abb non ha assolutamente preso in considerazione quest’ipotesi».
A dire il vero, non è difficile pensarne il motivo: Abb abbandona l’Italia in senso produttivo e non certo commericale, e il mercato dei trasformatori, legato al grande e cruciale mercato dell’energia eletrica, è di quelli da non perdere.

«Il secondo tentativo si è rivolto a una azienda multimnazionale presente in Sudamerica, che stava individuando un sito produttivo in Europa per costruire generatori eolici  – continua il DG di Euroimpresa – inizialmente le loro intenzioni erano rivolte all’Austria, ma è presto cominciata la trattativa per portare quella produzione nello stabilimento legnanese. Una trattativa durata da gennaio a giugno, ma che alla vigilia dell’estate si è arenata».

Nel frattempo però istituzioni, parti sociali e azienda "in fuga" firmano un protocollo di intesa dove viene chiesto ad Abb di accettare proposte ragionevoli che consentano di mantenere a Legnano il settore della elettromeccanica: un protocollo cioè che renda pubblico l’impegno concertato di non perdere un così strategico distretto.

«E’ a settembre che viene avanti la terza ipotesi, quella di utilizzare lo stabilmento per produre caldaie: non quelle standard, naturalmente, ma quelle che servono per recuperare energia dai termovalorizzatori. Sono strumenti molto grandi e sofisticati, per cui pochi hanno la licenza ad operare. Una di questi è la Pensotti, società del gruppo Sices».
Immaginare di costruire in Italia, dove le materie prime sono costose, un prodotto maturo ma molto innovativo è industrialmente una scommessa. A Legnano però c’è una bella squadra di ingegneri che ci sta lavorando ed è quindi in grado di produrre qualcosa di adatto anche all’estero.

«Il progetto ha due caratteristiche: quello di affiancare degli investitori instituzionali agli investitori privati, per il valore di politica industriale che riveste. Poi quello di avere bisogno di un numero di risorse umane maggiore di quanto ne abbia attualmente Abb, il che vuol dire che prevede già nella fase progettuale un incremento di lavoratori qualificati. Senza contare l’inevitabile indotto che un prodotto innovativo crea. Insomma, un progetto che completa il distretto elettromeccanico di Legnano, o meglio lo fa rivivere»

In tre mesi, questo progetto prende corpo: diventa legato alla FCL, società che dovrà vedere tra i suoi azionisti investitori istituzionali, Sviluppo Italia e la  Pensotti del gruppo Sices e viene presentato il 19 dicembre, giorno in cui gli attori della vicenda firmano a Roma, presso il ministero dello sviluppo economico,  l’accordo di programma. «A quel punto sembrava tutto risolto: la new company manda l’offerta ad Abb per l’acquisto dell’area e l’impegno di assorbire le risorse umane e operative (sembra pari a 8 milioni e mezzo di euro, ndr) e sembra a quel punto tutto pronto per partire».

Due ore dopo però partono le lettere dalla Dolce e Gabbana, che a Legnano ha una azienda che confina con Abb e occupa più di 500 lavoratori: ricordano di avere chiesto anche loro di acquistare l’area, mettono sul piatto 10 milioni di euro. Con il risultato di ottenere un incontro, il 27 dicembre, nella sede della Provincia a Milano sulla questione: incontro che vede aprirsi una soluzione salomonica, quella di cedere una parte dello stabilimento, quello meno "specifico" dal punto di vista strutturale, alla DeG e mantenere la parte più adatta alle garndi lavorazioni industriali alla nuova azienda termo-elettro-meccanica.
Naturalmente, nessuno ha preso ancora una decisone definitiva: il prossimo round  di trattative si prevede agli inizi di gennaio.

Con la speranza che nel frattempo i costi dell’area non siano lievitati troppo, visto che adesso paiono già assestati sui 12 milioni di euro: perchè in questo caso chi ci guadagnerebbe di più, su di un ‘area oggettivamente strategica della città, è chi da quest’area vuole fuggire senza motivi validi, se non i vantaggi della delocalizzazione.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 30 dicembre 2006
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