Trenta coltellate per togliere la vita a Mario Falco

Il magistrato dichiara apertamente di non escludere che possa trattarsi di un delitto premeditato, forse per eliminare un "concorrente scomodo" della compagna del sospetto omicida

Un delitto efferato e brutale: trenta coltellate che hanno spento in un lago di sangue la vita di Mario Falco, il transessuale ucciso in una villetta di Dormelletto la sera del 25 novembre scorso. Eleonardo Augusto Rabolini, nativo di Cittiglio ma residente a Caravate, è l’uomo che ha confessato ai militari della Stazione CC di Castelletto Ticino il delitto, dopo essere stato "incastrato" dalla tessera del telefonino intestata ad un’ignara ragazza di Angera che neppure lo conosceva.

Il procuratore di Novara Corrado Canfora (nella foto) ha presentato alla stampa i risultati dell’indagine, avvertendo però che vi sono ancora vari elementi da chiarire. Per il momento su Rabolini pende l’accusa di omicidio pluriaggravato dalla crudeltà e dai motivi futili ed abietti; ma il magistrato dichiara apertamente di non escludere che possa trattarsi di un delitto premeditato, forse per eliminare un "concorrente scomodo" della donna cui l’omicida è sentimentalmente legato, una prostituta italiana che tuttavia non è al momento oggetto di provvedimenti. Tutt’altra la versione data dal Rabolini, secondo il quale la vittima, che asseriva di non conoscere assolutamente, lo avrebbe attirato in casa sua e quindi aggredito – l’assassino avrebbe quindi agito, a suo dire, per legittima difesa. «Tesi difensiva inverosimile e che non regge» per il procuratore Canfora, quella avanzata da Rabolini.

Toccherà ora al pm Irina Grossi (foto) approfondire l’inchiesta, in collaborazione con i carabinieri del Comando provinciale novarese guidato dal colonnello Pasquale Capriati (già comandante provinciale a Varese), della Compagnia di Arona del capitano Enrico Burri e dalla stazione CC di Castelletto Ticino. Tutti questi organismi di Procura e Arma dei Carabinieri sono stati protagonisti di un’indagine serratissima, senza un attimo di respiro («si dormiva due ore per notte nelle ultime settimane» ricorda un carabiniere), durante la quale sono state sentite "a catena" almeno 70 persone. Fra le difficoltà, anche l’ambiente piuttosto chiuso, quello della prostituzione, in cui è maturato il fatto di sangue; e il fatto che alcuni dei testimoni, non si sa bene se confusi, smemorati o impauriti, avrebbero fornito più varianti, in contrasto fra loro – troppi dati confusi, invece del classico "muro di gomma" dell’omertà. La svolta delle indagini è venuta dall’esame dei tabulati telefonici dei ben sei cellulari che la vittima utilizzava – si cercava chi potesse averla contattata o frequentata prima del delitto, avvenuto come si è detto non prima delle 21.30 e non oltre le 22,30, secondo le risultanze dell’autopsia. E, indagando sui contatti di Mario Falco, fra gli altri è spuntato il nome di Rabolini – poi la Sim del cellulare intestata ad altra persona ha insospettito militari.

Quanto all’arma del delitto, all’omicida è stato trovato un coltello a serramanico compatibile con il delitto; a suo carico nessuna lesione da difesa, smentendo quindi la sua tesi difensiva, bensì microlesioni alle mani compatibili con l’uso di un’arma dataglio. Nessuna traccia, invece, del coltello che l’assassino asserisce di aver trovato in casa della vittima, usandolo "per difendersi". Un delitto, insomma, che sembra chiarito nella modalità, meno nel movente: e non si escludono su questo punto importanti novità a venire.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 13 dicembre 2006
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