Una strana semana

Il racconto della prima puntata del viaggio di tre giovani neolaureati varesini a zonzo tra deserto, antiche rovine e molto altro

Tre ragazzi freschi freschi di laurea hanno deciso di partire da Varese e volare alla volta del Messico, per una vacanza sulle orme dei grandi viaggiatori di un tempo. Francesco Basso, Simone Brighina e Stefano Guidotti hanno anche scelto di raccontare le rispettive sensazioni, anche tramite immagini, a VareseNews: staranno via 50 giorni, tra Dallas, Messico, Belize e Guatemala, fuori dalle rotte turistiche tradizionali, in un mondo lontano fatto di natura, colori e panorami diversi. Un’occasione importante anche per VareseNews, che dopo il diario di Matteo Astuti in Etipoia e i racconti più istituzionali (ma non troppo) del presidente della Provincia Marco Reguzzoni, si apre al mondo e ai varesini che lo visiteranno. Se vorrete raccontare le vostre esperienze di viaggio, mandate una mail a redazione@varesenews.it e avrete l’occasione unica di poter raccontare in diretta, o quasi, la vostra esperienza. 

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Voci dal Messico 4 di 9

Eccoci qua, Simone, Stefano e Francesco, tre gringos (purtroppo ci siamo resi conto subito che dovremo faticare non poco per convincere i messicani che non siamo americani..) in una cittadina del nord del Messico in attesa di prendere l’autobus che ci porterà oltre il Tropico del Capricorno e verso il Messico caliente. Il nostro viaggio e’ iniziato giusto una settimana fa, partenza Milano Malpensa e destinazione Dallas-Forth Worth, dove ci ha accolti il padre di Francesco, Walter, che lavora per la Agusta-Westland nella città texana.  

La prima settimana di viaggio e’ stata un breve assaggio della realtà americana vista e rivista attraverso gli schermi televisivi, ma mai vissuta in prima persona (per lo meno da parte mia e di Simone, visto che Francesco ha già sfruttato l’appoggio paterno texano in passato..). I quattro giorni trascorsi nel Metroplex (l’agglomerato urbano che riunisce Dallas e Forth Worth), sono stati segnati da due esperienze significative: la partita di basket NBA cui abbiamo assistito all’American Airlines Centre tante volte sentito nominare da Federico Buffa e Flavio Tranquillo (mitici commentaori Sky) e il Thanks Giving Day trascorso in una riunione di italo americani ad Allen, a nord di Dallas.  

La prima e’ stata più che altro una riconferma dell’impressione generale che gli USA e i suoi abitanti ci hanno lasciato sin da quando abbiamo messo piede giù dall’aereo: una società immersa nel consumo e nel consumismo, un mondo in cui tutto ciò che ti circonda manda un unico e reiterante messaggio: buy it, buy it, buy it! Una partita di basket si trasforma quindi in una ulteriore occasione per ingozzarsi di hamburger, tacos, litri e litri di coca cola, bombardati in continuazione da messaggi pubblicitari, tanto da mettere in secondo piano ciò che succede sul campo di gioco. 

La seconda esperienza, il Thanks Giving Day, ci ha permesso invece di apprezzare l’attaccamento alla madre patria di chi da più di 50 anni vive dall’altra parte dell’Oceano, oltre a permetterci di fare un raffronto tra la situazione socio-economica italiana e statunitense. Il convivio si è tenuto a casa di due pensionati milanesi, Roberto e Luigina, trasferitisi nel Texas 8 anni fa. L’allegra compagnia riunitasi per il Thanks Giving era composta da una ventina di membri dell’Italian Club di Dallas. E l’occasione della festa del ringraziamento si e "tradotta" in una occasione per ribadire l’attaccamento all’Italia di chi da 5, 10, 30 o in un paio di casi addirittura 50 anni, vive per scelta o per necessità lontano dall’amato bel Paese. Il Thanks Giving Day è una festività particolarmente significativa: partendo dalla gratitudine dei padri pellegrini verso i nativi americani, che offrirono loro tutto ciò che avevano a disposizione in un momento di difficoltà (ovvero tacchino e castagne, e da qui il piatto tipico della festa), la giornata si trasforma nell’occasione di manifestare il proprio ringraziamento, il proprio affetto sincero, verso tutte le persone care. Proprio in questo senso il riunirsi tra emigranti mi e’ sembrato un manifestare il proprio orgoglio di sentirsi italiani in tutto e per tutto, lasciandosi alle spalle i mille difetti del nostro amato paese.  

Il giorno successivo lo abbiamo trascorso attraversando il Texas da Dallas al confine che divide la cittadina statunitense di Eagle Pass dal pueblo messicano di Piedras Negras, divise dal letto in secca del Rio Grande del Norte. Abbiamo potuto godere della compagnia  di Walter e dell’ultimogenito della famiglia Basso, Carlo, che ci hanno guidato nelle terre dei cow-boys (e delle bistecche t-bone, che abbiamo assaltato come lupi famelici in un tipico bbq a Llano, nei pressi di San Antonio…un’esperienza mistica!). 

E finalmente è arrivata l’alba del 25 novembre, giorno del nostro ingresso in terra messicana. Come da programma ci siamo immediatamente imbarcati via autobus da Piedras Negras alla volta di Cuatro Cienegas con tappa a Monclova, la capitale economico-industriale dello stato messicano di Coahuila. Già nel tragitto di un paio d’ore tra Monclova e la nostra meta abbiamo avuto un assaggio dell’affabilità e della cortesia messicane, vedendoci invitati a casa da tutti coloro che si sono avvicendati al nostro fianco sui sedili dell’autobus. Quindi, dopo aver lasciato il confine alle dieci di mattina, verso le 8 di sera siamo arrivati a Cuatro Cienegas. Il paesino, nel mezzo del deserto Chiuaualense e circondato dalle pendici della Sierra Madre Occidentale e Orientale, e’ un tranquillo pueblo che funge da base per visitare la spettacolare riserva naturale omonima, il vero obiettivo della nostra deviazione.  

Quindi, dopo una tranquilla serata (a parte qualche incontro con vaqueri messicani nel pieno di sbornie da fine settimana), alle prime luci di domenica 26 novembre ci siamo diretti verso la riserva, guidati da un pittoresco taxista autoctono e dal suo ronzino metallico (e miglior definizione per il suo "taxi" e’ difficile da trovare..). La riserva si estende per molti km nel deserto, con spettacolari pozze di limpidissima e calda acqua sorgiva, distese di dune di sabbia bianca (che prima dello sfruttamento cui sono state sottoposte dal Governo messicano fino alla fine degli anni ’90 per l’estrazione di gesso erano ancor più spettacolari, dicono…) e una incredibile varietà di specie di pesci, piante, rettili e mammiferi endemiche. La giornata, passata tra un’escursione di tre ore tra le dune, un lungo e riposante bagno nelle calde acque delle Pozas, una visita al centro turistico della riserva e agli spettacolari colori di Poza Azul, e alla lunga sosta per cambiare una gomma bucata del nostro pseudo-taxi (il cric del nostro amico taxista sembrava uscito da un documentario di History Channel, così come la ruota di ricambio..), ci ha completamente prosciugato di ogni energia, lasciandoci solo la forza per una veloce cena nella casa-ristorante di una simpatica famiglia del pueblo.  

E cosi’ arriviamo a martedì 28 novembre: salutati Cuatro Cienegas, le Pozas e i nostri amici vaqueri, siamo tornati a Monclova, dove abbiamo realizzato che il nostro programma iniziale di affittare una macchina a Monterrey per attraversare gli stati di Nuevo Leon e Veracruz (Settentrionale, Centrale e Meridionale) alla volta della penisola dello Yucatan è improponibile in termini di costi (a meno che non decidiamo di vendere un rene…). Quindi abbiamo deciso di prendere un autobus da Monclova a Monterrey, e da lì intraprendere una lunga traversata, sempre via autobus, fino alle cittadine di Poza Rica e Papantla (base per la visita alle rovine totomeche di El Tajin), circa 1200 km che abbiamo percorso dopo 12 lunghissime ore di autobus, superando il tropico del Capricorno all’altezza di Ciudad Victoria. Quindi…a risentirci dai tropici!

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 02 dicembre 2006
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