C’era una volta in America, parola di Severgnini

Ospite dell'università dell'Insubria il giornalista del Corriere ha raccontato gli States visti con gli occhi degli italiani

«Perchè agli italiani piacciono l’America e gli americani? Semplice, li abbiamo scoperti noi». Beppe Severgnini arriva a Varese e spopola.  L’Università dell’Insubria lo ha accolto con un’aula magna gremita di pubblico, Deborah Graze, console americano a Milano in prima fila e la rosa comacina consegnata a fine giornata dal rettore Renzo Dionigi.
Il giornalista del Corriere della Sera, viaggiatore e scrittore da best sellers ha risposto all’invito dell’Insubria university club con la sua America “Under italian eyes (titolo ispirato al romanzo di Joseph Conrad “Under western eyes”) una lezione dedicata agli ultimi cinquant’anni degli States. Un passato vicino raccontato con gli occhi, o meglio, la penna e le macchine da scrivere dei nostri più famosi narratori che, per il pubblico varesino, sono stati interpretati dall’attore Christian Poggioni. Scrittori importanti come Fernanda Pivano che negli anni Sessanta, quando jeans e capelli lunghi facevano il loro ingresso in scena, si è battuta per far conoscere agli italiani la rivoluzione della "bit generation" e le traduzioni di "On the road" di
Kerouac.

«L’America di questo periodo è stata raccontata ai nostri connazionali dagli scrittori e dai giornalisti – ha spiegato Severgnini -. Come Italo Calvino che nel suo reportage per la rivista Abc e nel suo libro mai pubblicato "Un ottimista in America", ne fece un ritratto insolito e sotto certi versi anche limitato. Il ’61 è invece l’anno dei giornalisti colti che scelgono di andare all’estero. L’anno del Gruppo 63 e di quella che io chiamo l’America "ammirevole". Dagli States scrivono Umberto Eco, Alberto Arbasino: sono gli anni di Kennedy, dei giovani e dei luoghi più particolari».

Nel 1969 è Ennio Flaiano, lo sceneggiatore di Federico Fellini a tradurre gli Usa nei suoi appunti di viaggio. Segue il decennio degli anni Settanta, l’America di Nixon, quella che Severgnini ha ribattezzato "disdicevole". Il 1981 è l’anno del cambiamento e del primo viaggio negli Stati Uniti del giornalista del Corriere. «Nel 1977 è arrivato il mio turno. Avevo più o meno vent’anni e sono partito per un costa a costa con altri cinque amici. Eravamo affascinati dai McDonald’s e in ogni fast food collezionavamo cucchiaini e bicchierini vuoti: eravamo praticamente dei collezionisti di immondizia. Quando siamo tornati abbiamo scritto alla multinazionale per esportare McDonald’s in Italia. Ci hanno risposto che in quegli anni farlo sarebbe stato "politicamente" pericoloso la nostra corrispondenza è continuata per molto tempo e alla fine ho rinunciato all’idea. Sarei potuto diventare il primo signor McDonald’s d’Italia».

Negli stessi anni, a raccontare la nazione a stelle e strisce ci sono anche Andrea de Carlo con il suo Treno di Panna e Vittorio Zucconi con Si fa presto a dire America. La lezione di Severgnini prosegue e si avvicina ai giorni nostri. «È il 1991 l’anno dell’America "esportabile", siamo alla fine del mondo bipolare. Quegli anni sono legati per me al mio lavoro come corrispondente dall’Unione Sovietica. Sono anche gli anni della prima guerra in Iraq e per gli italiani è stato il momento di permettersi un nuovo lusso: provare antipatia per gli americani. Così i giornali di destra hanno "schiaffeggiato" il presidente Clinton, quelli di sinistra Bush. Le vicende statunitensi sono state lette attraverso gli occhi della nostra politica nazionale». 

Infine è arrivato l’anno della rottura, il 2001 con il suo drammatico 11 settembre. Una data emblematica che ha sconvolto la nazione americana e il mondo intero. «Forse non abbiamo del tutto capito l’effetto, a lungo termine, e l’orrore che quell’evento ha provocato nell’animo degli statunitensi – ha concluso il giornalista -. Il direttore del Tg1, Gianni Riotta, che allora era ben inserito nella vita "newyorkese" ha provato nei suoi scritti a trovarne un significato. È un segno nella vita di tutte le persone, tutti abbiamo impresso quel giorno nella memoria, ci ricordiamo dove eravamo e cosa stavamo facendo. La prima reazione è stata un grande momento di solidarietà ma quello che è successo dopo, parlo della guerra in Iraq, è stato un errore, ma questa è un’altra storia».  

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 16 aprile 2007
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