Chi c’è dietro “Million dollar baby”?

Viene riproposto in questi giorni in edizione economica il volume di racconti dai quali è stata ricavata la sceneggiatura del film di Clint Eastwood Million Dollar Baby (2004). Chi si è innamorato del film e non si è ancora imbattuto nelle pagine di Toole, ha ora una buona occasione per recuperare un’ottima lettura.

Noi non possiamo dire, con James Ellroy, che questo sia «il miglior libro di boxe mai scritto». Possiamo però affermare con sicurezza che si tratta di un libro eccellente. Sei racconti, preceduti da un’introduzione, che ci propongono sei storie molto americane: per paesaggi urbani e sociali, per linguaggio e per ritmo. Filo conduttore: la boxe, grande metafora della vita intesa come combattimento, come forza di volontà e come dolore. Mondo «magico», come dice Toole, affascinante, in cui solo il rispetto e l’umiltà possono salvarti e aiutarti riscattare l’anima.

Non è facile rappresentare una realtà così dura e complessa. Non è facile restituire sulla pagina il peso dei pugni e i nasi che si rompono e gli zigomi spaccati e le labbra tumefatte e il respiro che manca e il sudore e il sangue. Ma appena iniziamo a leggere il primo racconto (straordinario l’incipit: «Io fermo il sangue.») non riusciamo più chiudere il libro e ci ritroviamo a soffrire e a sorridere, a sperare e a piangere con i protagonisti di queste storie. Alcune delle quali sono state rimescolate sapientemente dall’ex pistolero dagli occhi di ghiaccio, confluendo poi nella vicenda principale della Ragazzina da un milione di dollari.

L’ultimo di questi racconti, di cui non vi è traccia nel film se non qualche fugace accenno, è quello che dà il titolo al volume. Crudo e amaro come e più degli altri, ci riporta a Los Angeles nel 1992, quando dopo il pestaggio di Rodney King esplose la rivolta dei ghetti neri. In cinque giorni persero la vita cinquantaquattro persone, 2.328 furono i feriti, 862 gli edifici distrutti. Mentre la tensione cresce fino ad esplodere, Puddin, un afroamericano di diciotto anni per uno e novanta di altezza, seguito dal suo allenatore bianco, cerca di costruirsi attraverso la boxe una via di fuga rispetto ad un destino che, nel quartiere in cui vive, sembra essere segnato dalla nascita. La storia è crudele, anche perché ne immaginiamo da subito l’esito. Eppure è travolgente, grazie ad una scrittura asciutta, diretta, che riesce a rendere con tempi e ritmi cinematografici una straordinaria sparatoria finale.

F.X. Toole, ci informa la scheda biografica della Garzanti, è nato a Long Beach nel 1930 ed è vissuto in California sino alla morte, nel 2002. Si è guadagnato da vivere come lustrascarpe, tassista, barista e torero e poi ha deciso di dedicarsi a tempo pieno alla sua vera passione, la boxe. Ha incrociato i guantoni a più di quarant’anni e dopo ha fatto l’allenatore, il massaggiatore, il secondo e il fermasangue.

Queste sono le sue Stories from the Corner, come recitava il sottotitolo dell’edizione originale. Dal suo angolo descrive un pezzettino di realtà, che, come capita solo alla grande letteratura, riesce a comprendere e condensare tutta la vita.

Alla fine, chiudendo il libro, le voci che abbiamo ascoltato, le storie cui abbiamo assistito, ci restano a lungo nella testa e davanti agli occhi. Come un bellissimo e straziante blues.

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F.X.  Toole
Lo sfidante
(trad. di Giuseppe Culicchia)
Milano
Garzanti Elefanti 2007
p. 275
Euro 9,00

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A proposito

«Guarda che mani piccole che ho, sembrano quelle di una ragazza; con queste mani non potrò mai combattere con Joe Louis, il migliore che esista. Io so di essere migliore di lui e non avrò mai questa occasione.»

Jack La Motta, in Toro scatenato, di Martin Scorsese, 1980.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 10 aprile 2007
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