Il Varesotto si conferma fucina di sacerdoti

Intervista con mons. Gilberto Donnini, prevosto di Varese: mentre altrove è crisi di vocazioni, il territorio provinciale si distingue in positivo

Monsignor Donnini, il 9 giugno la diocesi ambrosiana avrà dodici novelli sacerdoti: come cronisti del nostro territorio e non tenendo conto della suddivisione in zone della diocesi, rileviamo che ben cinque dei nuovi presbiteri sono varesotti: Luca Buffoni, parrocchiano di San Lorenzo di Gorla Minore; Stefano Conti, cresciuto nella nostra basilica di San Vittore; Stefano Guidi, parrocchiano di Sant’Ilario di Marnate; Andrea Restelli della Beata Vergine del Rosario di Castiglione Olona; infine Fabio Saccon della parrocchia dei Santi Pietro e Paolo di Saronno. Diventano sei i nostri sacerdoti perché Binago fa parte del decanato di Varese e quindi si deve tenere conto anche di Simone Lucca della parrocchia di San Giovanni Battista.

Questa forte risposta alla chiamata vocazionale è un’ eccezione o è in linea con la sensibilità cristiana delle nostre comunità?

Occorre, forse, una precisazione distinguendo tra la provincia di Varese – alla quale appartengono tutti e cinque i sacerdoti nominati (tranne Binago che fa un caso un po’ a se) – e la Zona pastorale di Varese, perché Gorla Minore e Saronno appartengono alla Zona pastorale dell’Altomilanese.

Comunque, al di là di questo, devo dire che si tratta effettivamente di un caso un po’ eccezionale, non tanto nel numero, ma nella proporzione in confronto al numero totale di coloro che verranno ordinati sacerdoti: quest’anno purtroppo soltanto 12, numero con il quale credo abbiamo “toccato il fondo” perché, che io mi ricordi, è il più basso in assoluto.

Quest’anno sono entrati in prima teologia 38 nuovi seminaristi: è un dato incoraggiante per il futuro e parla di una ripresa, ma è una ripresa che richiede preghiera e soprattutto impegno educativo da parte delle famiglie e delle comunità ai valori cristiani.

Perché e come questa attenzione al ministero sacerdotale si è sviluppata qui da noi? Una attenzione oggi davvero esemplare.

Si tratta di una attenzione che viene portata avanti non solo dalla nostra Zona, ma da tutta la diocesi: è una delle indicazioni più frequenti e convinte del card. Tettamanzi il quale ha ripetutamente invitato tutte le comunità a quella che ha chiamato “una grande preghiera per le vocazioni”.

Nel nostro tempo il mondo si apre ai giovani con una miriade di opportunità, di promesse e di allettamenti. La chiamata al sacerdozio, a un servizio fatto di sacrifici e rinunce, con la certezza poi di una presenza difficile nel turbine di mutamenti e di lotte che tormentano la società, davvero non sembra diversa da quella di coloro che vanno in difficili terre di missione. E’ anche per questo che c’è un calo delle vocazioni?

Mi sembra di poter dire che oggi non c’è solo un calo di vocazioni al sacerdozio, ma ci sono difficoltà anche nella scelta di altri stati di vita come il matrimonio: sembra che si faccia fatica a prendere decisioni “definitive”, che impegnano tutta la vita. Ci sono tante persone che esprimono anche impegni generosi (ad esempio nel volontariato), ma si tratta per lo più di impegni per un certo tempo, “a termine”. Forse c’è un po’ di paura per quello che potrà succedere, forse ci si vuole sempre riservare una “via di uscita”. Probabilmente quello che va riscoperto è la libertà vera, quella di impegnare fino in fondo la propria vita, come Gesù.

E a quali altre cause sono comunque imputabili i larghi vuoti nei seminari?

Ad esempio, in tempi diversi, con famiglie molto più numerose, se uno dei figli manifestava la vocazione per il sacerdozio, la cosa non era vista con sfavore. Oggi, con famiglie più ristrette con uno o due figli al massimo, ci sono maggiori resistenze fino, in qualche caso, a vere e proprie opposizioni che rendono più complicata la scelta dei giovani per il sacerdozio.

Nella storia della Chiesa italiana si è registrato un periodo altrettanto difficile? Come se ne uscì?

Nella storia della Chiesa si sono verificati momenti di rilassamento e di calo della tensione spirituale, ma la stessa storia insegna che la Chiesa ha saputo riprendersi in mano con riforme coraggiose e riscoprendo, magari, al suo interno risorse prima non valorizzate. La crisi potrebbe anche essere il momento che aiuta a ritrovare energie sopite: il card. Martini diceva che gli Apostoli sono stati incaricati di annunciare il Vangelo a tutto il mondo e non si sono stracciati le vesti lamentandosi di essere troppo pochi. Sono partiti e hanno iniziato coraggiosamente la loro missione.

In che misura il celibato può allontanare un giovane dal servizio ecclesiastico? E la prospettiva della solitudine?

Il celibato non pare sia il problema fondamentale: la crisi delle vocazioni colpisce anche confessioni cristiane che ammettono il prete sposato. D’altra parte, mi sembra che il celibato vada inteso bene: è la scelta di rinunciare al matrimonio non per evitare complicazioni o difficoltà, ma per essere più disponibili a svolgere la missione sacerdotale.

Quindi non penso che si tratti tanto di paura della solitudine (anche se qualche volta la solitudine può essere avvertita; ma talvolta c’è solitudine anche all’interno del matrimonio se il rapporto coniugale non è vissuto bene) anche perché, nello svolgimento del ministero sacerdotale c’è la possibilità di incontrare tante persone e di stabilire rapporti spirituali anche profondi. Devo dire – dopo 40 anni di sacerdozio – che per me finora questa non è stata una difficoltà.

Monsignor Donnini, che cosa è la felicità per un prete?

Credo che per un prete la felicità sia rispondere bene alla chiamata, alla vocazione del Signore.

Varese con la sua recente grande storia di vescovi e cardinali e le numerose vocazioni oggi come vive il suo rapporto con il Vangelo?

Mi pare di capire che esistono forze ed energie sane e molte persone che si sforzano di vivere il Vangelo: certo si può sempre fare di più e di meglio e forse qualche volta i frutti migliori sono quelli che restano nascosti nel cuore di tante persone che vivono la loro fede con dedizione, nel silenzio.

Un giorno un suo predecessore rispondendo a una mia domanda fatta in pubblico disse che il peccato più frequentato dai varesini è l’omissione. Che non è roba da poco. Lei può confermare?

Credo che l’omissione sia il peccato che si commette più facilmente, non solo da parte dei varesini, ma un po’ da parte di tutti: ci si dimentica che siamo chiamati a vivere la pienezza della carità, dell’amore e a non accontentarci del “piccolo cabotaggio spirituale”.

Dove e come Varese oggi manda segnali di speranza cristiana agli uomini della chiesa ambrosiana?

Con l’impegno di tanti nella famiglia, nella scuola, nel volontariato, nella carità: basta avere gli occhi buoni per vedere.

E come giudica lei il comportamento dei non credenti varesini nei confronti della chiesa?

Quando ero direttore del “Luce”, mi è capitato di leggere le pagine dei primi numeri del giornale: in quell’epoca si era agli insulti, alla polemica aperta nei confronti di coloro che non erano cristiani. Mi sembra che oggi ci si tratti perlomeno con maggiore rispetto: conosco e mi incontro con “laici” con i quali è possibile un dialogo e un confronto sereno.

Che augurio rivolge ai giovani che verranno ordinati il 9 giugno?

L’augurio di essere autentici testimoni e “missionari” del Vangelo, come ci invita ad esserlo l’Arcivescovo, il card. Tettamanzi.

E ai ragazzi che ignorano la religione

Recuperino questa dimensione che, comunque, resta fondamentale per la vita.

Ma è possibile incontrare Dio in discoteca?

Anche i miracoli sono sempre possibili.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 01 aprile 2007
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