“Io sono come il ragazzo della via Gluck”

Francesco Casati, 80 anni, è nato nella campagna milanese, i suoi attrezzi in miniatura sono dei piccoli capolavori

«La dove c’era l’erba ora c’è una città, e quella casa in mezzo lal verde ormai dove sarà». Canta così Adriano Celentano nel "Ragazzo della via Gluck", una canzone dove si racconta  la scomparsa della campagna,  soffocata dall’industria e fagocitata dalla metropoli.

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Francesco Casati, 80 anni, di Cernusco sul Naviglio, è uno dei ragazzi della via Gluck, uno dei testimoni di quell’ineluttabile e doloroso passaggio dall’economia rurale a quella industriale.
Figlio di contadini, nato in una fattoria della campagna milanese, a un certo punto della sua vita ha dovuto lasciare gli animali, le coltivazioni, l’aratro e la trebbiatrice per andare a lavorare in fabbrica.  «È stato doloroso – dice Casati – ma quelli erano i tempi. Ho lavorato per oltre qurant’anni in una azienda di strumenti scientifici di misura, ma nel cuore avevo sempre la campagna».

La sua mente e  la sua memoria non hanno mai abbandonato il mondo dell’infanzia, tanto che appena è andato in pensione ha deciso di farlo rivivere, ricreando in miniatura  tutti gli attrezzi e i macchinari usati in campagna, perlopiù risalenti agli anni ’30 e ’40. Oltre cento pezzi in scala realizzati in legno e tutti perfettamente funzionanti. C’è la trebbiatrice meccanica e quella a vapore, la seminatrice, i mezzi per trasportare gli animali, l’imballatrice, la sfogliatrice, che separava le foglie dalle pannocchie di mais, e lo sgranatoio, che staccava i chicchi dal fusto. C’è anche "il prete" una struttura in legno che teneva sollevate le coperte per permettere alla brace, chiusa in un contenitore, di scaldare il letto nelle fredde notti d’inverno. Alcuni sono ingegnosi, come ad esempio la mola dell’arrotino che, una volta terminato il suo lavoro, la richiudeva su se stessa, facendola diventare una carriola, facile da trasportare nei continui spostamenti di paese in paese. «Gli arrotini – racconta Casati – venivano dalla Valtellina, da Sondrio, e si spingevano a piedi fino a Lodi. Facevano centinaia di chilometri con la loro mola. Tiravano giù la cinghia che azionava l’affilatrice e ripartivanno spingendola come se fosse una carretto. La povertà aguzzava l’ingegno».

Francesco Casati gira di fiera in fiera mostrando alla gente, ma soprattutto ai bambini, quel suo pezzo di memoria in miniatura. «Per me è quasi una missione – conclude l’uomo – perché questo mondo è destinato a scomparire per sempre».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 03 aprile 2007
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