“La bisbetica non domata”, un dramma post-atomico

Sabato 28 aprile l'ultimo appuntamento con la rassegna "Ali" del Teatro Blu, in compagnia del Teatro scientifico di Verona

Si chiude la rassegna di teatro contemporaneo del Teatro Blu. La seconda edizione di "Ali", progetto italo-svizzero itinerante, ha fatto registrare quest’anno più di 700 presenze. L’ultimo appuntamento andrà in scena al Teatro parrocchiale di Cugliate Fabiasco: sabato 28 aprile alle 21 il Teatro scientifico di Verona presenterà "La bisbetica non domata", un testo di Luca Caserta liberamente ispirato alla "Bisbetica domata", la celebre opera di Shakespeare. Tra gli interpreti Isabella Caserta, Oscar Vallisari, Maurizio Perugini, Michele Matrella e Michela Zanetti; ci saranno anche musiche dal vivo eseguite dal gruppo Kuma Kan. L’ingresso dello spettacolo è libero, con prenotazione ai numeri 0332/590592 oppure 349 6371758.

In un ipotetico futuro postbellico, i sopravvissuti vivono barricati in piccole comunità fortificate e autosufficienti, che li isolano dai territori esterni ormai ridotti a una landa riarsa e desolata a causa della catastrofe ecologica seguita alla guerra. E’ un mondo aspro e difficile, un’età di mezzo, una sorta di “nuovo Medioevo”, in cui gli uomini possono contare solo sulle proprie forze.

Seguendo le rotte commerciali, alcuni viandanti giungono presso la comunità del ricco Battista, dove fanno conoscenza delle sue figlie: Caterina, bisbetica e insopportabile, e Bianca, maliziosa e romantica. Desiderosi di sedurle per poterle sposare, i viaggiatori si fanno quindi ospitare, dando inizio a un gioco scenico fatto di comicità, equivoci, spassose menzogne e travestimenti che condurranno alla scena finale, un mondo alla rovescia in cui ordine e ruoli sociali saranno ridefiniti.

L’ambientazione di tipo “postatomico”, da George Miller in poi, propone un mondo arido e decadente, nel quale i sopravvissuti hanno costruito comunità autonome utilizzando ciò che è rimasto: agglomerati, vere e proprie moderne roccaforti di reminiscenza medievale che sorgono come oasi in mezzo a vaste lande deserte e le cui mura sono fatte di materiali di scarto, lamiere, copertoni, ferraglia. Come Crusoe, gli esseri umani si sono adattati all’ambiente circostante. Il cibo, se non è procurato tramite la caccia, viene portato da lunghe carovane che, spostandosi di villaggio in villaggio, percorrono le rotte commerciali, le uniche vie che tagliano in più direzioni le Terre Aride, popolate da contrabbandieri, predoni, criminali d’ogni genere e contaminate dalle radiazioni causate dalla guerra. Mari, oceani e laghi sono quasi del tutto scomparsi, di essi resta solamente un ricordo lontano e leggendario. Acqua e benzina sono diventate la vera merce di scambio. Il deserto diventa un “non luogo” in cui ogni direzione è possibile e nessuna ha un senso, in cui ogni posto è identico all’altro. E’ un universo selvaggio e spietato, privo di memoria storica, in cui l’uomo cerca di sfruttare ciò che ha a disposizione per creare un nuovo ordine, combattendo quotidianamente per la sopravvivenza.

La forza dialogica del testo è divisa fra due poli contrapposti: da un lato, la coppia Caterina-Petruccio, all’interno della quale nessuna relazione sentimentale o umana è possibile, ogni parola e gesto è espressione di una violenza verbale e fisica; dall’altro, la coppia Bianca-Lucenzio, in cui tutto è sentimento, sensualità, espressione, comunicazione. Questi due poli, indubbiamente portati alle loro estreme conseguenze fino a renderli quasi caricaturali e a cui fanno da contrappunto le figure di Battista e Ortensia, incarnano la contraddittorietà di un mondo disorientato, regredito, individualista, privo di punti di riferimento, popolato da oasi-comunità autosufficienti separate da terre deserte e sterminate, incapaci anch’esse di comunicare tra loro, in cui tutti i rapporti possibili sono racchiusi all’interno di quelle piccole mura fortificate e chi viene da fuori è visto con sospetto come minaccia, come “straniero”.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 24 aprile 2007
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