La casa delle Romite risorge nei giorni della morte del suo ideatore

L'inaugurazione del monastero rinnovato è stato un lungo ricordo di Rocco Magnoli, l'architetto varesino di fama internazionale che ne ha ideato la ristrutturazione

"Noi lo chiamiamo caso, parliamo di serie di coincidenze: ma in questo posto ho imparato dalle suore a sentire parlare in termini di provvidenza". Quando il 15 dicembre 2006 pronunciava questa parole in una conferenza che stava illustrando la ristrutturazione da lui guidata del monastero delle suore di clausura arroccato sul cucuzzolo del Sacro Monte di Varese, Rocco Magnoli non sapeva ancora cosa quel disegno divino avesse in serbo per lui. Doveva infatti ancora consumarsi la parte più dolorosa di quella serie di casi della vita che l’aveva portato, lui architetto varesino di fama internazionale, specializzato in ristrutturazioni e ideazioni di decori fashion – suoi clienti e amici da decenni i Versace, a cui ha ideato le boutiques, sua la ristrutturazione dello storico hotel Londra Palace di Venezia, sua la rielaborazione di un palazzo di Praga in un hotel costruito intorno a un tema musicale la cui notizia ha fatto il giro del mondo o l’hotel Halkin di Londra – a imbarcarsi nella sfida di una ristrutturazione difficilissima da mettere in atto, per la specificità del luogo e per la sua posizione. Ma straordinaria dal punto di vista del percorso vitale, fino alla sua estrema epifania.

Rocco Magnoli, l’architetto che ha fatto la luminosa e rispettosa ristrutturazione del monastero inaugurata nel pomeriggio del 27 aprile 2007  – in linea con il suo stile, rispettoso dei palazzi su cui opera e pieno di luce – è morto il 20 aprile a Little Rock, in Arkansas, dove stava combattendo il tumore che l’aveva aggredito. Aveva 57 anni, e il suo carattere profondo e leggero, solare e attento è facile da leggere nello composto strazio della moglie Flavia, che al posto suo ha presenziato all’inaugurazione ufficiale del monastero ristrutturato.

Un carattere che si intuisce facilmente, anche per chi non lo conosce,  nel video esplicativo del progetto girato lo scorso 15 dicembre nel corso di un convegno e  proiettato al posto di quello che avrebbe dovuto essere il suo intervento.
"Quella che hanno chiamato provvidenza si è materializzata in tre casualità – spiega Magnoli in quel video – credendo di lavorare in giorni normali, qualunque, ho poi scoperto di avere incontrato le suore per discutere del progetto il giorno di san Rocco, il mio sant. Ho presentato il progetto in comune il giorno di santa Caterina e santa Giuliana, cioè in quello delle due monache che fondarono il monastero. E ho ricevuto l’autorizzazione dei giorni di san pietro e paolo. Sarà un caso… Ma la provvidenza si è vista anche quando, di fronte alle macerie su cui poggiavano interi spazi, ci siamo miracolosamente ritrovati tra le mani uno sponsor aeronautico, che ci ha procurato un elicottero che portasse al monastero una gru per spostare le masse di resti che erano stati prodotti".

Provvidenza, disegno divino, ricorrono nelle parole di chi presenzia all’inaugurazione: che vedeva alcune tra le massime autorità ecclesiastiche locali, e il sindaco di Varese. Un disegno che può essere anche visto come crudele per chi resta, ed è costretto a piangere la perdita. Ma che consegna l’artista architetto alla storia della sua città, legandolo indissolubilmente alla rinascita del "Calvario" (si, perchè c’è anche quello nella struttura del monastero ricostruito, così come c’è stato nella sua malattia) dopo che la sua fama planetaria è stata in fondo misconosciuta in vita – o comunque non in modo proporzionale alla stima che la comunità internazionale gli riconosceva – ai suoi stessi concittadini.

A tutti, naturalmente, tranne che a quelli che gremivano la sala convegni del monastero ristrutturato – la nuova sala convegni, quella che il suo progetto ha ricavato da tre stanze una volta più piccole – che si sono riuniti come previsto da tempo per festeggiare l’inaugurazione e, come era invece assolutamente inaspettato a consegnare ai posteri il ricordo di Magnoli.

C’era Silvano Colombo, che ha fatto da trait d’union tra le romite e l’architetto. E c’era, a parlare per le monache di clausura, la madre superiora: che ha ricordato come Magnoli si fosse impegnato "a non fare bestemmiare gli operai dalle nove in poi, quando c’eravamo noi", che ha regalato alla moglie Flavia un bouquet di fiori del loro giardino e che ha chiesto a Renata Babini Cattaneo ("A dire il vero, ordinato: perchè come diceva Rocco, sembra più un presidente di consiglio d’amministrazione che una suorina di clausura") di raccontare in che modo aveva trovato l’ispirazione per le parole di testimonianza dell’amico Rocco.

Un racconto che, per l’ennesima volta, chi non vuole credere ad altro troverà una coincidenza straordinaria e chi invece ha vissuto il misterioso silenzio delle romite come una vera e propria "porta tra il mondo esterno e quello della preghiera" (come sempre Magnoli ha definito parte del suo progetto, simbolo della attività delle romite) ha smesso di chiamare "caso".

"La madre superiora ieri mi ha chiesto di dire qualcosa su Rocco – ha spiegato la Babini Cattaneo – ma a me non veniva in mente proprio niente, non sapevo proprio che dire. Stanotte però ho sognato Rocco che mi diceva: "Renata non sai cosa dire? perchè non tiri fuori quel libro che ti avevo regalato? Lì ci sono dei versi miei, che si intitolano Genesi: potresti leggere quelli". Io mi sono risvegliata, a dire il vero, con l’imressione di avere mangiato davvero troppo la sera prima. Ma quel libro me l’aveva regalato davvero. Guardo il mucchio di libri della mia biblioteca e penso che non ce la farò mai a trovare proprio quel libro lì, perso non si sa dove all’interno di essa, per questo pomeriggio. E così decido, follia per follia, di rivolgermi a Rocco: "guarda che se vuoi che lo legga sarà bene che, già che ci sei, mi aiuti a trovarlo". Detto, fatto: un minuto dopo lo sfogliavo già, e trovavo in effetti quella sua poesia, che si chiamava Genesi e che recitava così: In principio era il silenzio – e il silenzio era presso Dio – e il silenzio era Dio – Poi il silenzio si è rotto – E qui c’è un baccano d’Inferno".

Una buffa e profonda rivisitazione dell’incipit del vangelo di san Giovanni, alla luce del "baccano" dei tempi di oggi. E che dice molto del destino dell’architetto varesino che ha ricostruito fisicamente il ponte tra il mondo esterno e il mondo spirituale delle romite,  e la cui vita stessa ha fatto da ponte tra un passato difficile e un futuro tanto luminoso quanto incomprensibile ai più.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 28 aprile 2007
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