Sangue e sporcizia nel sud senza speranza

Il primo impulso che insorge nel prendere il romanzo di Di Monopoli tra le mani è quello di rimuovere con il pollice le tracce di sangue e di sporcizia impresse sulla bianca copertina, che contraddistingue le edizioni Isbn (del gruppo il Saggiatore). Inutilmente. Ché sangue e sporcizia traboccano da queste pagine che parlano di un Sud senza speranza, arcaico e tragico come certe novelle tardoveriste.

Dunque… la storia si svolge tra Languore e Torre Languorina, nomi d’invenzione di un Salento molto reale. Siamo nella provincia di Taranto, non nel Salento di Otranto o di Santa Maria di Leuca, ma di quella parte del tacco in cui «esistono ancora zone dove la gente vive peggio che all’età della pietra, gente che non ha occhi per piangere e che manco se ne rende conto, di quanto gliela stanno mettendo nel culo ogni giorno, da decenni» (p. 140). Qui la gente si divide in due categorie: «quelli che c’hanno la pistola in casa… e quelli che c’hanno un fucile!» (p. 89).

Il territorio comunale è scosso dall’iniziativa del sindaco di realizzare una riserva naturale, lì dove uomini risiedono abusivamente da sempre trascinando le loro esistenze precarie. È il sogno tardivo ed ormai inutile inseguito decenni prima da chi ancora credeva di poter salvare dal degrado morale e ambientale questo pezzo di territorio. Il paesaggio è ferito in profondità, benché l’autore si ostini a rappresentarlo con estrema precisione e competenza. I luoghi sono molto più simili a scenari di guerra che non ad amene località balneari. Un paesaggio violato irrimediabilmente, come sembra dimostrare «una gigantesca agave schiantata dal vento che nell’intrico delle radici messe a nudo teneva imprigionata la carcassa ricoperta di ruggine di un vecchio frigorifero» (p. 38).

In questo scenario si affacciano figure bestiali, come Pietro Lu Sorgi, che nella sua vita pare ripercorrere la parabola tragica del paesaggio macilento in cui è immerso e in cui letteralmente sprofonda; dinastie immorali e dannate come quella dei Minghella; romantici che hanno attraversato l’inferno come Buba. E poi Don Titta, boss della zona, lascivo e corruttore, portatore di un’insana “filosofia” gattopardesca: «Questa è una terra – spiega – dove, vuoi o non vuoi, stanno cambiando delle cose, e quando le cose cambiano […], ognuno deve proseguire per la sua strada» (p. 83). Di fronte all’ipotesi di realizzare un parco naturale, Don Titta non si perde d’animo e già prevede una «mostruosa edificazione di trecentocinquanta posti letto, una schiera di miniappartamenti, un ristorante e una piscina con sauna». Per portare a termine il suo progetto è disposto a calpestare chiunque possa rappresentare un fastidioso ostacolo.

Ma in questa storia non si muore solo per soddisfare un piano criminale. Si muore (e quasi sempre in modo particolarmente cruento) per difendere il proprio territorio, per vendetta, per rancore. Gli uomini sembrano guidati da istinti primordiali e animaleschi. Come cani, appunto.

Pagine senza speranza, si diceva. E tuttavia, se all’uomo è negata la speranza, l’ostinazione può dare un senso a vite sconfitte. Come nel caso di Sputazza, deciso a difendere la sua casa sino al gesto estremo, o come nel caso di Nico, che caparbiamente tenta ancora di salvare animali feriti.

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Omar Di Monopoli
Uomini e cani
Milano

Isbn Edizioni 2007
p. 237
Euro 13,00

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A proposito…

«Tu non conosci il Sud, le case di calce / da cui uscivamo al sole come numeri / dalla faccia d’un dado.»

Vittorio Bodini, La luna dei Borboni e altre poesie

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 17 aprile 2007
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