Un libro per ricordare Ugo Maspero

Lo ha scritto Ermanno Bresciani, consigliere comunale Ds, per non dimenticare la figura del giovane partigiani ucciso l'8 settembre 1944

L’orgoglio di ricordare un eroe della Resistenza con un libro, lo sforzo per non perdere una memoria troppo spesso messa a rischio dall’oblio. È l’obiettivo di Ermanno Bresciani, consigliere comunale Ds a Somma Lombardo, che ha deciso di scrivere un libretto in onore di Ugo Maspero: “Partigiano Smith, ribelle per amore”. Nel libro sono raccolte le testimonianze della vita e degli ultimi momenti di Maspero, nato a Colico nel 1926 ma residente a Somma Lombardo, ucciso l’8 settembre del 1944 nell’assalto al presidio nazifascista di Piedimulera.  L’autore ringrazia per la pubblicazione l’associazione Raggruppamento Patrioti Alfredo di Dio e il Museo della Resistenza di Ornavasso, che hanno voluto e finanziato la pubblicazione di questo opuscolo.   

«Tutti a Somma conoscono viale Ugo Maspero, quel bel viale che da Largo Sant’Agnese porta alla stazione ferroviaria; in pochi invece sanno chi era la persona a cui il viale stesso è intitolato – scrive Guglielmo Giusti, classe 1924, partigiano del Valtoce nella prefazione -. Con questa pubblicazione vogliamo tornare a ricordare la figura di quel giovane sommese, che in un lontano 1944, nel periodo più tragico della nostra storia, scelse di prendere la strada della montagna ed entrare nelle file dei partigiani e che pagò con la vita il suo desiderio di lottare per cacciare i nazifascisti e conquistare finalmente la libertà. Oltre a ricordare dovremmo anche sforzarci di capire come e perché dei ragazzi, poco più che adolescenti lasciarono la tranquillizzante certezza della famiglia, la casa, gli amici, per intraprendere un percorso di vita rischioso e pieno d’incognite, in cui le uniche certezze in caso di cattura erano terrorizzanti pugni di ferro e pena di morte. A diciotto anni, i ragazzi di allora, senza televisione, telefonino, senza motorino, con poca radio e tanti giornali schierati, con poca abitudine a spostarsi, erano molto più sprovveduti dei giovani d’oggi, che hanno invece a disposizione un’infinità di possibili informazioni. Una ragione in più quindi per domandarci in che cosa trovarono il coraggio di una scelta così radicale. La motivazione può essere stata solo la ribellione. Ribellione alle forzate illusioni, ribellione alle imposizioni sopportate e a quelle che non si sopportavano più. Nel ‘43 la guerra era ormai persa – prosegue l’autore -, le nostre città distrutte, l’elenco delle famiglie che piangevano i morti e i dispersi in guerra s’allungava continuamente; erano tornati i nostri soldati a raccontare delle tragedie della Grecia, della Jugoslavia, della Russia e dell’Africa, della nostra impreparazione, del mito della Roma imperiale dominatrice del Mediterraneo, dell’illusione delle armate invincibili e dell’alleato fraterno. Tornando dai vari fronti i nostri uomini avevano sollevato il coperchio della colpevole illusione e dietro ad ogni soldato c’era una famiglia che nel frattempo aveva sofferto e soffriva, e non voleva soffrire più. Nasceva così il rifiuto. Rifiuto verso un nuovo fascismo, già cancellato nel luglio del ‘43. Rifiuto ad ascoltare ancora quello che si era ascoltato, rifiuto a continuare una guerra ormai persa, portatrice d’altri lutti e distruzioni, il tutto per compiacere un alleato che si era dimostrato padrone crudele. Ed ecco quindi la ribellione di tanti adolescenti, anche sommesi, come Ugo, Bruno, Angelo, Renzo, per citarne alcuni; lasciarono casa e famiglia per dire no, coraggiosamente no, finalmente no, e si buttarono, anima e corpo, in un’avventura rischiosa di cui non si conoscevano il disagio, la durata e l’epilogo, che per Ugo Maspero e tanti altri fu tragico. È bene ricordare che a questi ragazzi dobbiamo l’esempio della ribellione alla dittatura, e non dimenticare mai che se oggi possiamo discutere, confrontarci e anche accapigliarci, in libertà, è grazie a quella ribellione. Riuscire dopo più di sessant’anni, a far capire l’atmosfera che si respirava allora è impresa quasi disperata, ma bisogna comunque tentare. Per ricordare e non dimenticare che qualcuno ci ha provato, si è ribellato e ha pagato il prezzo più alto. Ha pagato anche per noi che oggi tendiamo a dimenticare».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 19 aprile 2007
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