A lezione da Rodari: “Un maestro che non si dimentica”

Franco Brovelli, alunno del celbre scrittore, ricorda un insegnante fuori dal comune: «Amava il suo lavoro e non si arrabbiava mai, o quasi...»

«Ci aspettavamo un maestro severo, con la bacchetta, come quelli a cui eravamo abituati, invece ci siamo trovati a lezione da Gianni Rodari». Franco Brovelli è della classe 1932 e di anni, da quel 1940, ne sono passati sessantasette.
Eppure il ricordo del suo maestro Rodari è ancora vivo e lucido.
«Sì, gli insegnanti delle elementari non si dimenticano. Sono i primi che aiutano a formare il carattere e la personalità di un individuo. E lui è stato davvero particolare».
In che senso?
«Innanzi tutto perchè era molto più giovane degli altri insegnanti, aveva solo vent’anni quando ha iniziato a lavorare a Ranco. Amava il suo lavoro e aveva un modo di porsi quasi materno nei confronti dei suoi ragazzi. Era una persona molto pacata, si arrabbiava poco ma sapeva farsi rispettare: solo con l’uso delle parole. Era capace di passare un’intera mattina a far ragionare i ragazzi più vivaci quando combinavano qualche marachella».
Succedeva spesso?
«Certo, eravamo bambini. Le faccio un esempio: il maestro arrivava in corriera da Gavirate e scendeva al Bar Nazionale (l’attuale Delfino Blu, ndr) nella frazione di Uponne. Prendeva la bici e raggiungeva la scuola. I ragazzi che abitavano lì vicino lo curavano e, se non vedevano scendere nessuno, voleva dire che quello era un "giorno di bigiata": se il maestro non c’era si andava nei boschi a cercare i nidi. Questo però lo faceva arrabbiare».
C’è qualcosa in particolare del suo modo di insegnare che l’ha colpita?
«Mi piace conservare questa immagine del maestro Rodari: arrivava in bici sempre con un giornale e un libro sotto al braccio. Li appoggiava su un lato della cattedra e iniziava la sua lezione: mai un commento sul fascismo ma sempre un cenno ai fatti di cronaca, ai primi bombardamenti che colpivano le città italiane.
Era l’unico maestro che non parlava mai di politica, una cosa eccezionale in quegli anni».
Questo modo di insegnare piaceva ai vostri genitori?
«Diciamo che erano tempi diversi. I genitori si interessavano meno al tipo di insegnamento e più ai voti e all’esito di fine anno. Certo Rodari non passava inosservato: era diverso dagli altri. Non ha mai indossato la divisa fascista, nemmeno per le cerimonie».
Vi ha mai letto dei racconti scritti da lui?
«Non saprei, ci narrava molte storie ma non so dire chi fosse l’autore. Sapeva però coinvolgerci, ripeteva le cose all’infinito pur di farcele capire e, se il tempo lo permetteva, coglieva l’occasione per portarci all’aria aperta».
Qualcosa di simile alle gite di oggi?
«Non si possono chiamare gite, erano delle uscite nei dintorni. Erano gli anni della guerra e quindi si doveva restare sempre entro i confini del paese. Il maestro Rodari aveva una passione per la natura e ci portava a vedere i boschi e i campi. Il sabato ci aiutava a coltivare "l’orto di guerra" un campicello dove piantavamo fiori e ortaggi».
Per quanto è rimasto con voi?
«È arrivato quando l’anno scolastico era già iniziato e si è trovato di fronte una classe di una ventina di ragazzini che frequentavano la terza e la quarta elementare. Avremmo voluto che rimanesse con noi anche gli anni successivi ma fu trasferito a Uboldo. Non abbiamo più avuto sue notizie».
Ha però i suoi libri?
«Certo. Ne ho più di uno, li tengo per la mia nipotina che ha solo due anni ma presto sarà un po’ più grande e le leggerò i racconti del mio maestro».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 30 ottobre 2007
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