«Buono, generoso, testardo e pignolo: così era il nostro Antonio»

Commosso e affettuoso il ricordo dei parenti stretti di Antonio Trotta durante il funerale celebrato da monsignor Luigi Stucchi

Una folla composta dietro il feretro, in testa Ana, la vedova di Antonio Trotta. Alta, magra, pallidissima, cammina a fatica. La chiesa di Albizzate contiene a stento le persone che prendono parte ai funerali di Antonio Trotta, il giovane rimasto per due anni in coma a seguito di un incidente e a lungo "conteso" fra Italia e Svizzera, fra la sua famiglia d’origine e la moglie e spirato lo scorso 1° ottobre. I contrasti fra la famiglia e la vedova sono stati aspri nei mesi passati, ma oggi non ve n’è traccia: vi farà riferimento solo brevemente, durante l’omelia, monsignor Stucchi, come «una vicenda con risvolti sociali e giuridici» da approfondire. Parole sobrie a commento della querelle per la tutela del giovane in coma, curato dapprima in Svizzera, quindi presso la famiglia d’origine, trasferitasi da Orago ad Albizzate in una casa più adatta ad ospitarlo nelle sue menomate condizioni.

La cerimonia funebre ha visto letture dal Libro dei Giusti e dal Vangelo secondo Giovanni, incentrate sulla morte del giusto come prova divina e sul tema della resurrezione. Monsignor Stucchi, affiancato dal parroco di Orago don Giacomo Bonza e dall’ex parroco di Albizzate (ora a Laveno Mombello) don Bruno Meani, nell’omelia ha insistito sul valore assoluto della vita, «non funzionale ad alcunché», ed ha ricordato come lo stesso arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi abbia «paternamente seguito» la vicenda del giovane infermo e conteso. «Dopo gesti atteggiamenti diversi, la morte di Antonio ci richiama a gesti e riti cristiani, al pensiero della vita eterna. Quella terrena conserva sempre una sua incancellabile dignità, il diritto che ce ne si prenda cura con amore, con tutte le cure, con sentimento vero, concreto e coraggioso, al di fuori di ogni altra logica». Stilettate appena accennate, ma percettibili, ad una certa mentalità oggi prevalente. «Tocca fermarci non di fronte alla morte, bensì di fronte alla vita, al mistero di Dio» dichiara monsignor Stucchi.

Commosso il ricordo di Antonio Trotta da parte del fratello e delle due sorelle. «Eri buono, generoso, testardo e pignolo; ci chiedevi sempre consiglio ma senza mai farti influenzare. Amavi la vita e la natura, il mare e la montagna. Ti siamo stati vicino nella malattia, ci stringevi la mano con le lacrime che ti rigavano il viso. Coi hai fatto riscorire i valori più veri della vita. Ora, da lassù, aiuta mamma e papà che tanto hanno sofferto, sii tu a stringere le loro mani e a far capuire che sei ancora con loro».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 08 ottobre 2007
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