E’ morto Antonio Trotta, il giovane in coma “conteso” tra Italia e Svizzera

Era ricoverato in una clinica a Brebbia. E' deceduto questa mattina, lunedì 1° ottobre, intorno alle 5

Non ce l’ha fatta, Antonio Trotta, il giovane in coma conteso tra Italia e Svizzera. E’ deceduto questa mattina, lunedì 1° ottobre, nella clinica di Brebbia in cui era ricoverato. L’uomo in coma vigile dal 2005 è morto in torno alle 5 di questa mattina come ha confermato l’avvocato Cassarà, che seguiva il suo caso.

Era iniziata come una battaglia tra avvocati, giudici e interpretazioni della scienza. La vita e la sua naturale parabola ha deciso diversamente. Antonio Trotta se ne è andato; è morto questa notte alla 5 mettendo la parola fine sulla sua vicenda di uomo in coma, conteso tra due famiglie, una italiana e una svizzera. Convinta, la prima, che se curato in Italia Antonio avrebbe anche potuto riprendersi.
Con la scomparsa di Antonio finisce anche la vicenda giudiziaria. Solo pochi giorni fa, una perizia medica aveva stabilito che Antonio era curato bene in Italia ma aveva attribuito al malato solo “aleatorie” speranza di guarigione. La famiglia aveva però rincominciato a sperare che il giudizio dei periti fosse sufficiente a tenere il figlio in Italia. Per ottenere l’affidamento, che da due anni era invece in capo al curatore svizzero, nominato da una commissione che equivale al giudice tutelare italiano, i Trotta pensavano di poter dimostrare che in terra elvetica il ragazzo, in caso di aggravamento delle sue condizioni, non avrebbe avuto le necessarie cure, che in invece in Italia gli erano garantite grazie alla nostra diversa importazione scientifico culturale. Il “cuore” dell’Italia, insomma, rilanciato anche sui media nazionali da una presa di posizione del quotidiano dei vescovi Avvenire.

Trotta viveva dal giugno del 2005 in stato di coma neurovegetativo, era stato investito da un furgone davanti al suo ristorante. Si era ripreso, ma dopo qualche giorno si era improvvisamente aggravato.Curato in due diverse strutture cliniche in Svizzera, non aveva mai mostrato significativi segni di miglioramento. La famiglia italiana, consigliata dall’avvocato Pierpaolo Cassarà, riteneva però che si potesse fare di più. Lo scorso inverno, aveva ottenuto di tenere in Italia per qualche mese il ragazzo. Ma dopo tre mesi non aveva più consentito il ritorno in svizzera del paziente. La commissione cantonale che ne aveva in carico la tutela si era mossa per chiedere spiegazioni. In una sentenza al tribunale di Varese, a Maggio, il giudice rilevava che avendo già un curatore svizzero, Trotta non ne potesse avere anche uno italiano. I legali si rivolgevano alla procura delle repubblica per ottenere un provvedimento che bloccasse in Italia il ragazzo, ma prima ancora ricorrevano alla stampa ottenendo un inaspettato clamore su una vicenda che fino a quel momento era rimasta confinata nelle pagine locali. La procura prendeva di petto il caso, nominando un collegio di periti per capire la reale situazione clinica di Trotta.

La famiglia di Antonio ci sperava con tutto il cuore. Avevano preparato una stanza nella abitazione di Albizzate, acquistata proprio per tenere il figlio, con un lettino medico e un’attrezzatura per fargli fare riabilitazione tutti i giorni. “Quando gli parlo mi fa segno con le labbra”, diceva ancora dieci giorni fa il padre Gerardo.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 01 ottobre 2007
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