«Fermiamo il turismo. Aiuteremo la Birmania»

Intervista a Ferruccio Sartorelli, varesino reduce da un viaggio in Myanmar. «Un popolo poverissimo e umanamente splendido»

«Sì, alla gente di Birmania dobbiamo dare solidarietà e aiuto e certamente si può fare pressione sulla Giunta militare interrompendo il forte flusso turistico internazionale- sono  numerosi anche gli Italiani che visitano questo splendido paese- però le sanzioni non devono protrarsi a lungo perché ne farebbe ancora le spese la popolazione alla quale poco viene distribuito dalla casta al potere dei proventi delle immense risorse naturali  delle quali dispone il territorio». 

Ferruccio Sartorelli pochi mesi fa è stato in Birmania, oggi Unione Myanmar come l’ha chiamata, ricuperando una antica denominazione,  la dittatura militare al governo dall’inizio degli anni 90.  Un viaggio turistico il suo fatto con attenzione per cogliere anche aspetti meno noti di questo paese, grande poco più della Francia,  52 milioni gli abitanti, che si affaccia  sull’ Oceano Indiano e confina con Bangladesh, India, Cina, Thailandia.

La presenza di diverse etnie dopo la seconda guerra mondiale rese instabile la situazione politica. Dopo una lunga dittatura comunista e trent’ anni di lotte per la democrazia, nel 1990 si tennero libere elezioni:  Aung San Suu Kyi, figlia di  un grande patriota, portò in parlamento  392 deputati su 483, ma l’Esercito prima appoggiò gli oppositori,  poi si installò al potere. Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991, finì in carcere. Liberata nel 2002, venne di nuovo arrestata nel 2003; dal 2006 è agli arresti domiciliari.  

“Si sa  benissimo dove la grande leader abita – è  sempre Sartorelli che parla  – ma è opportuno girare alla larga perché già a notevole distanza dalla sua casa si finisce sotto osservazione e  quando la polizia ti ferma occorre avere un buonissimo motivo per giustificare la tua presenza, diversamente sei atteso dai lavori forzati o dal carcere”. 

Come  accadeva nell’ Est dell’Europa con i regimi stalinisti.

Ma allora i grandi flussi di turisti  non varcavano le loro frontiere, invece in Birmania oggi ci vanno in molti. 
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Sì, ma  situazione e regole sono chiare ai birmani:  è molto difficile che si  lascino sfuggire un commento o addirittura una parola contro le autorità, sanno bene che i controlli sono esercitati con notevole efficacia. Quanto agli stranieri c’è divieto assoluto di ingresso per i giornalisti». 

Lei allora non ha  potuto intuire che qualcosa  bolliva in  pentola, che ci sarebbe stata la rivolta dei monaci  e degli studenti. 
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Io ho potuto vedere molto e quindi anche registrare una notevole povertà affrontata dalla gente con rassegnata dolcezza, quasi le negatività fossero disposte dal destino e come tali dovessero essere accettate. I birmani sono umanamente splendidi, cortesi e sorridenti non solo con gli ospiti e hanno pure una forte sensibilità  religiosa: lo testimonia il numero delle pagode e dei fedeli; il 96 per cento dei birmani è buddista, il 4 mussulmano».

Lei ha definito splendido e ricco questo  paese, ma la povertà sembra una condizione che riguarda parecchi anzi troppi abitanti. 
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Tutto quanto offre possibilità di carriera e di reddito e quindi migliori condizioni di vita è riservato a  chi è inserito nel sistema della casta militare: commercio, industria, turismo in primo luogo. La Birmania è comunque avviata verso lo sviluppo e non nasconde le sue contraddizioni. Se guardiamo al settore  turistico posso dire di avere visto un sistema che può contare su alberghi e servizi  eccellenti, su voli interni accettabili, per il resto ci sono infrastrutture ancora inadeguate, come le strade e le comunicazioni, tra l’altro controllate dalla casta militare.

Alberghi accoglienti, cucina molto semplice e strettamente locale. Il turismo è una forte risorsa perché offre luoghi fantastici, la natura infatti è varia e indimenticabile. Ricchi giacimenti di oro e argento, cobalto, petrolio, gas, legno pregiato, pietre preziose: la Birmania  davvero è privilegiata, ha enormi risorse e non ha problemi di mercato  poichè conta su partner fissi e molto interessati  come Cina e India. L’industria si sta sviluppando, l’agricoltura sfama tutti, un po’ di riso non manca  mai anche agli ultimi, la povertà che mi ha colpito è soprattutto quella dei villaggi».  

Situazioni che l’Europa  non conosce da almeno un paio di secoli. In Birmania di strada se ne deve fare ancora molta per assicurare a tutti i cittadini un migliore  tenore di vita. 
«Certamente. Se ci sono buone università,  non trovi una farmacia!  Credo che la dignità e la forte spiritualità di questo popolo infondano anche pazienza e speranza: almeno lo credevo sino a quando non ho visto in televisione  la protesta  dei monaci, che sono moltissimi; nella sola Mandalay  c’è un convento che ne ospita un numero inimmaginabile. Vivendo essi di carità, hanno pagato per primi lo shock petrolifero, che sempre ha ricadute pesanti,  e l’aumento  dei prezzi dei generi di prima necessità. Questa la causa prossima della clamorosa protesta, quella remota possiamo ascriverla alla sete di democrazia. Per la verità qualche osservazione è stata fatta sul rapporto numerico tra chi in Birmania vive in contemplazione e chi svolge attività, d’altra parte la vita dei birmani è impregnata di spiritualità:  ho visto dei bimbi pregare nelle pagode con raccoglimento e devozione eccezionali. Non ci sarà mai un regime in grado di sradicare questo bellissimo popolo da tradizioni e cultura  che sono essenza prima  della sua vita. E sono pure solida barriera  contro le contaminazioni della civiltà occidentale»

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 26 ottobre 2007
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