“Il saluto romano atto privato? E se io inneggiassi a Stalin in casa mia?”

Prosegue la discussione fra Erica D'Adda e Francesco Lattuada

Riceviamo e pubblichiamo

Consigliere Francesco Lattuada,

il fatto stesso che lei mi risponda è un buon segno.

In qualche modo lo speravo, perché da sempre sono convinta che solo quando il dialogo si chiude o addirittura non riesce ad istituirsi siamo davvero di fronte ad una situazione critica.

Si può e si deve trovare il modo di confrontarsi anche da posizioni diametralmente opposte.

Parto dal primo punto.

In merito alla pubblicazione di atti coperti da segreto istruttorio, essendo tuttora in corso delle indagini, mi trova assolutamente d’accordo.

Sono cose che non dovrebbero mai accadere, a nessuno.

Sono cose che accadono troppo spesso nel nostro paese, e se possiamo valutare politicamente il danno che recano alle istituzioni democratiche, non è calcolabile umanamente quello inflitto alle persone e alle loro famiglie.

Lei definisce il mio attacco fondato su una interpretazione errata delle sue parole.

Come avrà letto nel testo riportato dalla stampa, a scanso di equivoci ho virgolettato i passaggi che le venivano attribuiti così come erano virgolettati nell’articolo in questione.

Li riporto: 

E’ un reato fare il saluto romano?”, magari con la foto di Hitler alle spalle?

No”, dice, “è stato depenalizzato”. E poi “un conto è farlo in una situazione pubblica, in mezzo alla gente. Un conto è farlo in privato, quando non c’è nessuno, come per esempio in cima a una scogliera: forse uno non può più alzare il braccio destro?”.

Ora, si danno due casi.

O chi ha riportato le sue parole le ha falsate, e allora lei non deve rivolgersi a me ma alla persona a cui ha rilasciato l’intervista.

Oppure sono state riportate correttamente, e allora penso di avere il diritto di chiedere conto ad un collega consigliere, ad un amministratore della città, di quello che dice.

Le legga con attenzione, vada a riprendersi il giornale o glielo faccio avere io stessa, e il senso che se ne ricava è quello che, con indubbia durezza politica, io ho voluto evidenziare.

Cioè questo.

Il saluto romano, tipico del fascismo e anche del nazismo – che storicamente io non confondo pur nella correlazione storica oggettiva – viene svuotato del suo significato storico, politico e simbolico. Vale a dire della correlazione agli orrori di anni terribili, che né io né lei per fortuna abbiamo vissuto.

Qualcosa che privatamente si può fare, senza che questo debba suscitare scandalo e clamore.

Su questo non transigo,e non concordo nel modo più assoluto: considero inammissibile anche farlo privatamente, oltre che risibile e vigliacco se non costituisce reato.

Mi chiedo e le chiedo: cosa penserebbe lei se sapesse che in privato io sola, o con amici, che so: festeggiassi il compleanno di Stalin magari tenendo anche un bel ritratto in casa, o inneggiassi con qualche gesto all’eccidio di Ekaterinenburg della famiglia dello zar o ai gulag e ai suoi orrori?

E lo giustificassi pure! magari dicendo che non è reato, e che in privato posso fare quello che mi pare!

Penserebbe solo che si tratta di “ricordi politici” magari discutibili ma innocui?

Spero vivamente di no, mi augurerei che mi scrivesse usando la mia stessa durezza politica.

Mi lasci anche riprendere una sua affermazione rispetto alla quale dissento.

Le riposte le dobbiamo certo a chi ci ha eletti, sia io che lei. Ma nella veste di amministratori pubblici le dobbiamo anche a tutti i cittadini.

Le nostre parole e le nostre azioni sono sottoposte al giudizio generale, non solo a quello di un gruppo ristretto di referenti.

Lo esige il nostro ruolo.

Siamo invece d’accordo sull’opposizione ai totalitarismi, come lei dice “nazisti, fascisti o comunisti che siano”.

Non posso fare ameno di esplicitare un’altra cosa per quanto mi riguarda, e spero condivida: anche a ogni forma di discriminazione razziale, a partire dall’antisemitismo, che io combatto in modo viscerale e considero la “madre” europea di tutte le battaglie contro le vaie forme di razzismo.

Antisemitismo ancora molto forte anche in settori politici contrapposti, che striscia in forme larvate prendendo a mero pretesto le politiche – che si possono e si devono giudicare – dei governi americano e israeliano, per farlo rinascere.

Lattuada, sono passati sessant’anni e molto è cambiato.

La democrazia è un processo, e pur con tutti i suoi difetti non la sostituiremmo con i regimi passati, altrimenti cadrebbe in contraddizione lei stesso con quello che dice.

Se mi conoscesse saprebbe che io sono tutto fuorché un gendarme della memoria.

Credo in verità forti, e le difendo.

So distinguere l’errore dall’errante.

E soprattutto seguo la lezione di un grande Maestro, filosofo di valore e uomo straordinario, Adriano Bausola, mio professore di filosofia teoretica e Rettore della Cattolica morto troppo presto (non un pericoloso comunista, glielo assicuro) che discutendo di verità forti e tolleranza diceva (cito):”la ragione ha degli obblighi nella situazione di storicità che di fatto le appartiene.Il primo di questi obblighi è quello che deriva dal carattere di attualità che è proprio della verità. La verità che deve essere sempre daccapo ricostruita, riguadagnata dal soggetto che la accoglie”.

Pensa che nel nostro piccolo siamo in grado di discutere anche noi a partire da questo principio?

La saluto con sincera cordialità.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 24 ottobre 2007
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