In Italia muore una libreria al mese

Rodrigo Dias, presidente dell'Ali (Associazione librai italiani), fa il punto della situazione italiana. "Pontiggia è un caso di mancata successione imprenditoriale"

«La libreria Pontiggia cede a Feltrinelli perché non c’era tra gli eredi qualcuno che proseguisse l’attività». A parlare è Rodrigo Dias, presidente dell’Ali (Associazione librai italiani), che conosce bene il suo associato Eligio Pontiggia. «Sono dispiaciuto che un libraio valido come lui smetta. Oggi le difficoltà di un libraio indipendente sono enormi, quindi, conti alla mano, lo capisco. Se le condizioni economiche fossero state floride penso che i suoi figli avrebbero continuato la tradizione di famiglia. E con questo non bisogna demonizzare Feltrinelli».

Si tratta, dunque, di un caso di mancata successione imprenditoriale?
«Esattamente. Guardi, io ho due librerie. Una di queste è la Libreria Croce, che è nel centro di Roma. Circa otto anni fa, il proprietario, che aveva due figlie, la cedette a una società e due anni dopo la comprai io».

Tutti i librai indipendenti, cioè non legati a grandi nomi come Mondadori  e Feltrinelli, sono a rischio?
«Se vogliono sopravvivere devono riunirsi in gruppo, organizzarsi e a quel punto spuntare condizioni migliori dagli editori».

Quante librerie sono associate all’Ali? E qual è l’indice di mortalità?
«Oggi abbiamo circa 500 iscritti, un tempo erano mille. Ogni mese c’è un socio che non risponde più al telefono. E quelle che nascono muoiono poco dopo».

Quante librerie superano il secolo di vita in Italia? E qual è  il loro stato di salute?
«Una decina. Tengono duro, con fatica. Una delle ultime a capitolare è stata la Libreria Cattaneo a Lecco, ora franchising della Mondadori».

I numeri della grande distribuzione crescono. Vuol dire che il libro nel supermercato avvicina la gente alla lettura?
«È una grande bufala. Al supermercato il libro lo compra il lettore forte perché lì trova la novità scontata al 15 %. I lettori in Italia sono calati di un punto percentuale rispetto al 2003, questo significa che la grande distribuzione non ha contribuito per niente».

Edicole, internet e giornali che abbinano il libro che ruolo giocano in questa situazione?
«Non spostano nulla, soprattutto non spostano l’indice di lettura che in Italia rimane tra i più bassi in Europa».

Che interesse ha un supermercato a fare concorrenza alle librerie tradizionali?
«Per la grande distribuzione i libri rappresentano l’1 % del fatturato complessivo, cioè briciole. Quindi possono permettersi di uscire anche sottocosto e utilizzare il libro come prodotto civetta. Le logiche della grande distribuzione non sono rapportabili a quelle della libreria».

Che fatturato bisogna fare per non soffrire?
«Non parliamo di cifre. In Italia ci sono circa duemila librerie, ma sono 300 quelle che contano e fanno fatturati importanti. In genere soffrono le librerie medie, quelle sui 300 metri quadri. Le piccole campano bene perché vivono di proposte, cioè scelgono. Io tratto circa 40 mila titoli, quindi siamo ancora noi librai che finanziamo gli editori».

Senta, i librai a qualsiasi latitudine piangono miseria. Perché fate questo mestiere?
«Prima di tutto non è un mestiere ma una professione. Il libraio lo si fa per passione non per altro. Noi abbiamo creato una scuola per diventare libraio, riservata ai laureati, a Orvieto. All’inizio tutti i frequentanti vogliono aprire una libreria indipendente, man mano che il corso procede cambiano idea e comunque trovano tutti un posto nelle librerie perché questo è un lavoro molto qualificato».

In genere se si vogliono conquistare fette di mercato ci si differenzia o sul prodotto o sul servizio. Lei che strategia adotta nelle sue librerie?
«La seconda. Io da maggio a settembre tengo aperto dalle 10 di mattina alle 24 tutti i giorni, organizzando i
lavoratori in due turni e mezzo».

Funziona?
«Relativamente perché i costi di gestione sono alti, nel mio caso raddoppiano».

C’è una la soluzione a questa crisi?
«L’errore di fondo è che si pensa che più si fa lo sconto e più si vende, questa è una logica sbagliata. Occorre una nuova legge sullo sconto che ci equipari al resto d’Europa. In Francia c’è una legge che pone il limite al 5 %, in Germania addirittura sui libri non esiste sconto. In Spagna e Grecia non supera il 15 %. Solo in Italia c’è una legge che consente uno sconto superiore del 15 % ma che dà anche la possibilità di fare  promozioni che possono arrivare anche al 30 % di sconto. Con l’onorevole Levi abbiamo  presentato un progetto di legge sul prezzo dei libri».

Non ha citato l’Inghilterra. Perché?
«In Gran Bretagna e in Irlanda, su pressione delle grandi catene di distribuzione, hanno liberalizzato tutto per vendere più libri. L’effetto è stato solo il raddoppio del prezzo».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 12 ottobre 2007
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