Lattuada: “Quelle foto una sleale pubblicazione di immagini private”

Il consigliere comunale, al centro delle polemiche dopo l'indagine sui neonazi e la "faida" che lo ha visto preso di mira a suon di incendi, ribatte a D'Adda (Ulivo)

Riceviamo e pubblichiamo

Egregio direttore,
In Risposta ad Erica D’Adda, in merito alla sua lettera di attacco seguita ad un mio commento sull’intromissione illegittima nella sfera privata, compiuta con la pubblicazione di condotte compiute in privato da privati, fra le quali figuravano il saluto romano ma anche molte altre, nessuna delle quali costituenti reato.
1) La sig.ra D’Adda ha travisato la mia dichiarazione, commentandola come una difesa di atti rievocativi del disciolto partito fascista, quando invece nelle mie intenzioni c’era semplicemente la censura alla divulgazione a mezzo stampa di atti privati.
La giornalista Laura Campiglio, che mi ha intervistato telefonicamente, mi ha chiesto notizie di alcune persone effigiate su fotografie comparse sul quotidiano “La Repubblica”, seppure schermate in volto (e non si riferiva alle foto in cui apparivano pistole o a quelle in bianco e nero). Ho risposto in termini estremamente critici in relazione alle modalità di acquisizione di tali immagini, giacché lo stesso quotidiano espressamente in un riquadro specificava che le stesse erano “acquisite direttamente dalla Procura di Varese”. Ho chiesto quindi con quale diritto fossero state divulgate, quale fosse il reato che esse rappresentavano (secondo la Legge Mancino affinché si configuri un reato, simili esternazioni devono essere pubbliche, come per esempio nel noto caso del calciatore Di Canio), e come fosse possibile che tali documenti coperti da segreto delle indagini preliminari venissero divulgati. Quelle foto, infatti, non sono pubbliche o scattate da un reporter in qualche manifestazione pubblica, ma sono state acquisite dalla Procura della Repubblica nel corso di indagini. Da ciò l’obbligo di segretazione. Ritenevo, e ritengo, del tutto ingiusto che per il tramite di una indagine in corso (e dunque riservata) venga divulgato materiale privato. È paradossale che la doppia protezione che tali immagini dovrebbero avere (perché private e perché coperte dal segreto delle indagini) non sia valsa a evitare la loro pubblicazione.

Non contesto quindi il diritto della signora D’Adda di attaccarmi politicamente: ciò è perfettamente legittimo, naturalmente. Contesto invece il metodo utilizzato, poiché incentrato su una interpretazione errata delle mie parole e su una sleale pubblicazione di immagini fotografiche private Mi sarei aspettato da lei, che si rappresenta alfiere della libertà e paladino dell’antifascismo, un maggiore sensibilità nei confronti di quelle che sono a mio avviso forti violazioni della privacy, della libertà e del corretto iter giudiziario.
2) Fini in Israele. Poco tempo fa Roma è stata tappezzata di manifesti, nei quali Gianfranco Fini esibiva fieramente un saluto romano. Rispondo con le sue stesse parole: Foto vecchie, “espedienti da magliari politicamente alla disperazione”.
3) Fondazione “Giovanni Blini”. Secondo la signora D’Adda il vero problema oggi sarei io. Rispondo che ha pienamente ragione: nel mio programma elettorale veniva propagandata “la città dei giovani” che poi, attraverso i passaggi istituzionali, è diventata una Fondazione in cui sono rappresentate molte anime politiche, culturali e sociali della città.
4) Infine ho capito che per certa sinistra conta solo una dichiarazione, che non ho problemi a mettere nero su bianco: ero e ancor più convintamene sono oggi contrario ai metodi tipici dei regimi totalitari, nazisti, fascisti o comunisti che siano. In queste settimane ho provato sulla mia pelle un assaggio di quei metodi. Sono stato condannato alla pubblica gogna prima ancora di un giusto processo. Ho ricevuto pressioni e richieste di dimissioni. Peggio, ho ricevuto minacce ed intimidazioni. Alcuni dei miei amici sono stati messi alla berlina, pur non essendo neppure indagati, perché qualcuno alla mattina presto ti tira giù dal letto e ti sequestra i tuoi ricordi, politicamente discutibili ma certamente non illegali e altrettanto certamente coperti (teoricamente) dal segreto istruttorio. Sono questi i metodi per i quali il fascismo, il nazismo e il comunismo sono stati giustamente condannati dalla storia. In Italia questi mezzi li ha usati l’Ovra e sicuramente ha fatto anche di peggio.
Sono passati sessant’anni e purtroppo nulla, apparentemente, è cambiato.
5) D’Adda dice che politicamente dovrei rendere conto delle mie affermazioni. Le ricordo che sono stato eletto democraticamente e che quindi le risposte le devo in primis ai miei elettori, non certo a lei, non certo al suo elettorato. La richiesta della signora D’Adda, per dirla con il giornalista Giampaolo Pansa, è da gendarme della memoria. Non mi limiterò comunque a respingere al mittente la richiesta: al contrario, chiederò a chi mi ha votato e a tutti i cittadini di Busto un giudizio complessivo su questa brutta faccenda e sul mio operato politico ventennale. Chi lo desidera può farlo a mezzo posta (consegnando o spedendo a: Consigliere Comunale Francesco Lattuada – Comune di Busto Arsizio – via F.lli d’Italia 12), oppure via e-mail (all’indirizzo
lattuada70@libero.it).

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 23 ottobre 2007
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