Le ragioni del Partito federale

Alcune considerazioni sul Partito Democratico da parte del consigliere regionale Giuseppe Adamoli

LaLa sfida del Partito Democratico, in una società incline ai partiti personali e ai plebisciti, sarà di essere davvero democratico. Abbiamo cominciato bene con le “primarie” che sono di per sé un bagno di democrazia. Eppure i vizi di dirigismo e di centralismo sono sotto gli occhi di tutti perfino dentro l’organizzazione e il funzionamento delle primarie.

Parlare della forma di un partito che nasce significa sapere qual è la sua visione di stato, di società, di organizzazione istituzionale.

Io sono per un partito federale perché ritengo acquisita l’idea di uno stato autonomista e federale. Ma è proprio così? Su questo punto continuo a vedere troppe incertezze e vaghezze. Questa è l’unica visione di Stato che può ricollegare il centrosinistra con il Nord. Ed è anche l’unica che può far crescere nell’intero Paese classi dirigenti locali autonome, responsabili, democratiche.

 

Indico due motivazioni politiche, tra le tante, di questa forma di partito federale su base regionale.

1.                  La riforma costituzionale del 2001, voluta dal centrosinistra e approvata dal referendum popolare, è autonomistica e regionalista. E’ una riforma che ha contraddizioni e limiti, che non è ancora attuata, questo è il punto, ma che avvia il processo federale dello Stato. Come potrebbe il Partito Democratico andare nella direzione opposta? Se per il passato possiamo parlare delle regioni come di una “rivoluzione tradita” è soprattutto per il forte centralismo di tutte le forze politiche.

2.                  quella federale è la forma di partito che richiede e promuove la crescita di classi dirigenti diffuse e più legate ai tanti e diversissimi territori italiani. In alcune realtà del Nord, per esempio, è indispensabile ricollegarsi subito con le esigenze del capitalismo personale, interpretare bene la contestazione fiscale che non è solo egoismo sociale, avere la giusta autonomia nell’attuare il federalismo fiscale che dovrà venire.

 

Tutto questo significa costituire i partiti regionali, ma non creare venti burocrazie regionali, magari confezionate da Roma, come si è tentato di fare anche questa volta.

Sono regionalista convinto, ma so bene che l’Italia è il Paese delle cento città più che delle venti regioni, delle identità territoriali fortissime, delle infinite autonomie sociali che sono sempre alla ricerca di sussidiarietà vera e libera. Servono leadership locali diffuse, radicate, responsabili, democratiche. Il modello orizzontale che Enrico Letta vuole per il Partito Democratico nasce così, o non nasce affatto.

 

Prendiamo l’esempio del federalismo fiscale. Quando sento che dovrebbe servire soltanto per dare risorse economiche in più alla Lombardia e a qualche altra Regione del Nord, dico che questa è una visione parziale e perdente, tra l’altro. Serve per mettere tutte le Regioni e le autonomie locali di fronte alla propria responsabilità cioè a far crescere sul territorio classi dirigenti che non vivono più di assistenzialismo politico e finanziario, salvo naturalmente il ricorso al fondo di solidarietà interregionale.

 

L’impostazione federale, è chiarissimo, deve essere fissata nello Statuto e poi nelle regole di funzionamento. Secondo alcuni questa è la parte più difficile. Secondo me no. E’ soltanto quella più complessa tecnicamente. Si tratta esclusivamente di volontà politica. C’è davvero? E’ su questo punto che ho dei dubbi.

Voglio dire che sappiamo già tutti bene in che cosa consiste la forma federale. Lo sappiamo per quanto riguarda l’autonomia dell’organizzazione, la partecipazione ineludibile al finanziamento pubblico, la scelta dei candidati alla Camera e al Senato e alle altre cariche rappresentative. Lo sappiamo per quanto riguarda le politiche pubbliche e le alleanze politiche.

Se c’è la voglia di darci questa forma di partito, le formule tecnico-giuridiche si trovano facilmente e gli esperti in materia abbondano. In fondo si tratta di fare quasi il contrario di quanto si è fatto fin qui.

 Il canovaccio di Orvieto può essere molto utile. L’idea era ed è giusta. Il Partito Democratico ha senso se serve ad abbattere muri ed a costruire ponti, se serve a creare consenso su ipotesi di innovazioni coraggiose.

Questa che ho richiamato è una delle più importanti e decisive.

 

Giuseppe Adamoli

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 04 ottobre 2007
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