Arriva il design, e la Varese industriale scopre l’anima dei suoi prodotti

Promette di diventare un laboratorio sul design il seguito di un incontro che si è svolto al chiostro di Voltorre

Non c’è poi così una grande distanza tra New York e Voltorre. Tra il grande designer e grafico newyorkese mostrato al chiostro, Milton Glaser, e alcuni dei divani su cui siedono i newyorkesi.
Una frase che sembra un paradosso, specialmente per i varesini. E invece è vera, verissima: o almeno lo sarà se e nella misura in cui i varesini se ne sapranno accorgere, di quanto il loro ingegno industriale sia anche una potente spinta culturale e sociale.

Questa mattina, 16 ottobre, un assaggio di questa consapevolezza l’hanno potuto avere coloro che hanno partecipato all’incontro "Design, creatività per lo sviluppo dell’impresa". Lì, in maniera del tutto inusuale, ci si è ricordati di come varese non abbia assolutamente da inventare in tema di design, ma tutto da riconoscere come tale.

A ricordarlo innanzitutto ci ha pensato l’introduzione del presidente di chi questa storia industriale la riunisce in una associazione, l’Unione industriali di Varese: “Di esempi di design che “trasforma il prodotto in un fenomeno sociale dall’impatto superiore alle aspettative stesse di chi lo ha fabbricato”, come ha recentemente sostenuto Luca De Biase in un recente articolo su Nova il nostro territorio è ricco – ha spiegato Michele Graglia, presidente di Univa – basti pensare alla storia della Carta Varese, nata nel 1860 nella Cartiera Molina e sopravvissuta ai suoi stessi produttori dando il nome non semplicemente a un marchio, ma a un prodotto specifico. Ma va ricordato anche Flaminio Bertoni, inventore della due cavalli, che è esempio di unione di più anime: scultore pittore e pure tecnico imprenditore, perchè dare anima a un prodotto brutalmente industriale come automobile è cosa non da poco”.

Quello che si è ascoltato dopo ha ricordato poi ben altro: innanzitutto, che quello del design industriale di eccellenza non è per Varese un ricordo, ma un solido presente delle aziende varesine più solide, come quelle che hanno raccontato la loro storia: Roda (mobili da giardino), Rossi di Albizzate (mobili e divani design) e Whirlpool (grandi elettrodomestici).

E che non esiste un prodotto “brutalmente industriale” per eccellenza: il design è ovunque, anche e soprattutto dove non ce lo si aspetta, e cambia l’utilizzo dei prodotti o dell’ambiente che li circonda. Sta nei mobili da giardino quando i mobili da giardino non sono considerati. O sta nei rubinetti o nelle lastre di marmo, solo per citare tre esempi fatti in mattinata, due dei quali, quelli relativi agli arredi da giardino Roda e alle (ex, ora è una azienda ben più a largo raggio) rubinetterie Inda, di percorso e storia tipicamente varesina.

Design che permea tanta produzione industriale della provincia, ancora tutta da scoprire: e che importa molto, per esempio, a Dalia Gallico, presidente della delegazione Lombarda (incidentalmente, è anche una gaviratese del weekend, e quindi gioca in casa) dell’Associazione per il Disegno Industriale, quella che da decine e decine d’anni assegna il più importante premio italiano e internazionale per il design, il Compasso d’Oro. “Un premio che non riguarda solo lampade sedie e divani. Ma materiali, tessuti, prodotti meno usualmente di design. Noi per questo siamo sempre alla ricerca di spunti nuovi, che sono certa che qui abbondano”.

Una necessità, quella del design per l’industria, che potrebbe essere tranquillamente assorbita dalla creatività varesina: che non è solo quella che esprimono le aziende citate, ma anche quella dei designer varesini che per confrontarsi col mercato internazionale vanno a lavorare a Milano, e però continuano imperterriti a vivere la loro vita nella città giardino e dintorni.
Come capita all’“emigrato”
Francesco Lucchese, che lo studio a Milano lo ha aperto due mesi fa e si sente rimproverare dai colleghi di “non essere più di qui”. O Andrea Ciotti che ora, oltre ad avere realizzato un sistema di illuminazione per ospedali che ha ricevuto una segnalazione dal Compasso d’Oro, è anche docente a Venezia. O il visionario Riccardo Blumer, il teorizzatore, che ha lavorato per anni fianco a fianco con Mario Botta e ora spiega ai futuri architetti dell’università di Mendrisio quanto fare il designer sia raccontare con oggetti innanzitutto sentimenti.

Tutti “compagni di merende” in una specie di “associazione carbonara” di creativi varesini coordinata da Elena Brusa Pasque, che li ha moderati nell’incontro. E che fino ad ora si era data appuntamento proprio a casa di quest’ultima. Ma ora merita di uscire allo scoperto, diventando laboratorio più diffuso: una proposta a cui Caterina Carletti – che gestisce le attività del chiostro – ha offerto una sede prestigiosa, e che Dalia Gallico vuol far diventare spunto per un laboratorio di ADI Lombarda, “visto che un sacco di designer milanesi sono di qui”.

Sarebbe davvero bello che succedesse, e utile anche per le aziende e il territorio stesso: perchè forse quel che manca a tutte le nostre eccellenze è la consapevolezza di esserlo, e di rappresentare non solo un valore economico ma anche culturale per il territorio.

E anche perchè “Tra i fattori che rendono il territorio competitivo c’è innanzitutto la scoperta dell’identità del territorio, e poi la capacità di attrarre a sé le eccellenze che esaltino quell’identità" ha spiegato Andrea Odobez, past president del gruppo terziario avanzato di Univa e patron di una agenzia di comunicazione tra le più importanti del territorio. Lui, la sua agenzia l’ha fatta nascere proprio con l’intento di “reimportare chi era “emigrato “ a Milano per fare il grafico o il pubblicitario ma viveva qui”.

Una politica che può funzionare, e bene, anche per quel connubio tra design e industria che da solo è capace di cambiare in meglio le sorti dell’economia del territorio.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 16 ottobre 2008
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