Babbo Natale e il centrodestra

L'opinione del senatore Paolo Rossi sui fatti di Brinzio: "Grave il voler cancellare l'altro da sè"

Ciò che più mi ha colpito, e in parte addolorato, dell’episodio accaduto nella scuola media di Brinzio, è il dover constatare che un simile episodio – una inutile bravata, un segno dei tempi, un non trascurabile campanello d’allarme? A seconda del punto di vista da cui si vuol guardare – è avvenuto nell’ambito di una comunità ristretta.

Tutti sanno cosa è accaduto, e in primo luogo viene da domandarsi se proprio l’ambito circoscritto abbia offerto un risalto da alcuni giudicato eccessivo o sproporzionato. Sarebbe sciocco nascondersi dietro a facili moralismi, a una indignazione di facciata, ma anche forse lasciar passare la cosa come una delle tante: una notizia consumata nel volgere di poche righe e presto superata dall’avvicendarsi dei fatti.

Voglio provare, allora, prendendo le mosse dall’episodio di Brinzio, a muovere un ragionamento che coinvolge due aspetti ben distinti ma, a mio avviso, egualmente importanti.

Il primo è il contesto sociale, visto nel suo insieme, in cui alcuni episodi si verificano. Non è un mistero che il clima di paura e di insicurezza, alimentato ad arte in campagna elettorale dal centrodestra, sia sempre più diffuso e dia adito, come è avvenuto nelle ultime settimane, al verificarsi di episodi di intolleranza e talvolta di vero e proprio squadrismo. Anche il risalto dato dai giornali a fatti di cronaca, e che genera nei cittadini un ampio ventaglio di reazioni che vanno dal conformismo al rifiuto, vorrebbe dar sponda a un governo che si vanta di aver cambiato la marcia nel nome del ripristino della legalità, Lega in testa. E dunque, tanto più ampia è la domanda di sicurezza dei cittadini, tanto più stretta la forbice e la risposta delle Istituzioni attraverso i suoi spot pubblicitari: dall’esercito in strada alle impronte digitali e ora da ultimo alle "classi ponte", iniziative tutte che vorrebbero porre un argine al disagio sociale.

Ma il problema è che se non si decide a monte un progetto di società – e dunque di integrazione, di scuola, di lavoro, di possibili ammortizzatori sociali –, tanto più in una contingenza economica particolarmente grave, qual è quella che stiamo vivendo, che volge a fenomeni recessivi e che fa sì che 14 milioni di Italiani siano sulla soglia della miseria (secondo quanto emerge dai più recenti dati ISTAT), ogni dichiarazione è a priori svuotata di senso.

La cosa grave dell’episodio di Brinzio è tutta qui: nel cercar di rimuovere, cancellandone la specificità, l’altro da sé, colui che è avvertito come diverso: si finisce per odiare ciò che si teme, ed è per questo che dove c’è odio si apposta la paura. E non è questa in fondo la lezione che tutti, indipendentemente dalla nostra appartenenza a un’area politica, abbiamo appreso dagli anni di piombo?

Non è questo il Paese in cui la "tolleranza zero", ripetuta ogni giorno, è ridotta a vacua formula retorica e stanco ritornello? Si può ancora considerare il "Bel Paese" quell’Italia dove la scorsa estate un giovane è stato ucciso a Ravenna per un diverbio futile? Dove a Milano un extracomunitario è stato linciato a morte per essere stato sospettato di aver rubato una scatola di biscotti? Dove a Parma una prostituta e uno studente sono stati aggrediti dalla forza pubblica? Dove a fronte di condanne quanto meno inadeguate si cerca di far passare sottobanco una norma che metta al sicuro coloro che hanno vanificato coi loro giochi di prestigio i risparmi di migliaia di cittadini onesti? Dove non c’è legge che metta fine al delirio degli ultras sui treni e negli stadi? Dove chi è stato interdetto per aver guidato sotto l’effetto dell’alcol o di stupefacenti continua mietere vittime sulle strade? Dove si muore sul lavoro ogni sacrosanto giorno? Dove il potere d’acquisto è sempre più ridotto? Dove si ritiene di poter ridare dignità agli insegnanti con un cambio d’abito e senza considerare che, a fronte degli stipendi più bassi d’Europa, insegnanti demotivati e non riconosciuti socialmente rischiano di rovinare generazioni di ragazzi? Dove i Comuni, impoveriti dalla scomparsa dell’ICI, sono costretti a far cassa centuplicando le multe e, arrivando in alcuni casi a taroccare i semafori allo scopo? Dove le organizzazioni camorristiche possono progettare di eliminare lo scrittore Roberto Saviano e la sua scorta esattamente come Falcone e Borsellino?

La tolleranza zero si riduce a un semplice enunciato se non è supportata da un senso di responsabilità civile: quell’insieme di diritti e doveri cui ogni cittadino deve partecipare in quanto facente parte di un sistema democratico.

Il secondo punto, direttamente collegato al primo, è più squisitamente politico e significa da che parte si vuol stare. Spostare continuamente limiti e paletti del dialogo serve a poco: è evidente che su alcuni temi inerenti il territorio e la politica locale (in primis le infrastrutture e i servizi) si possano e si debbano trovare sinergie efficaci.

Ma è bene, al tempo stesso, ribadire che è inutile annacquare la sostanza per trovare convergenze di massima su una visione d’insieme della società che diverge sui presupposti, prima ancor che sulle conseguenze dal centrodestra.
Diversi anni fa, in prossimità del Natale, accompagnando mio figlio a far sport insieme con un suo amichetto, sentii quest’ultimo che si rivolse a mio figlio chiedendogli, con la geniale creatività che hanno i ragazzi: «Ma secondo te, Babbo Natale ci crede ai bambini?». L’episodio di Brinzio mi ha fatto tornare alla mente quel giorno lontano, perché il problema non è più ovviamente, se crediamo a Babbo Natale, ma se siamo disposti ancora a credere ai bambini di una scuola qualsiasi del profondo Nord e all’Italia che cambia.

Paolo Rossi, Senatore Pd

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 16 ottobre 2008
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