Carceri sovraffollate, così si rischia il fallimento

Due rapporti della Asl parlano di situazioni al collasso in Lombardia. Anche Sergio Preite Agente di rete in provincia descrive una realtà problematica

Più di quattrocento persone nello spazio di centocinquanta e non è un caso isolato in Italia. Stiamo parlando della situazione nelle carceri italiane e i numeri appena citati sono quelli della casa circondariale di Busto Arsizio. Non va meglio a Varese dove il carcere dei Miogni ospita 123 persone al posto di 53: tempo fa c’era un progetto per farne uno nuovo, ma tutto è sfumato. Anche nel resto della Lombardia la situazione è complessa se non al limite del collasso. A metterlo – nuovamente – in evidenza sono due rapporti dell’Asl di cui oggi il Corriere della Sera pubblica alcuni stralci. Nell’articolo si parla di condizioni igieniche e di vivibilità pessime in alcuni istituti, di sovraffollamento che va ben oltre una “capienza tollerabile”, di sei persone costrette a dormire in celle di due metri per tre che, solo a turno, possono scendere dal letto per fare due passi.
Per avere un’idea più chiara di cosa accade nella nostra regione – che ha in totale, fra case di reclusioni e circondariali, 19 istituti e il 15,1 per cento dei detenuti italiani – basta fare un giro sul sito del Ministero della Giustizia. Secondo i dati statistici aggiornati al 30 giugno 2008 in Lombardia dovrebbero esserci 5.382 reclusi, ma in realtà sono più di ottomila. A San Vittore sono 1.527 invece che 702 , mentre va “meglio” in realtà più piccole come Cremona, Lecco e Como. Unica eccezione che conferma la regola è Bollate, carcere sperimentale, che invece dei 903 detenuti potenziali ne ha 663.

«Non siamo all’altezza della situazione– spiega Sergio Preite Agente di rete nelle due strutture della provincia –, ma non dipende da Busto e Varese che, come altri, subiscono la situazione. È chiaro che se qualunque struttura, un carcere, un albergo, una nave si ritrova con il doppio delle persone ha dei problemi di gestione. I penitenziari sono pensati per erogare un servizio, sia per i detenuti che per la comunità. Se invece che 100 ci sono 200 persone, non si possono realizzare le attività pensate». Per Preite non è solo un problema di condizioni igieniche, ma anche di possibilità di riabilitazione. «Un ristorante che ha più clienti rispetto a quelli per cui è abilitato chiude. Qui stiamo parlando di luoghi in cui viene collocata la marginalità della società, sono persone con caratteristiche particolari. È evidente che è una soluzione sbagliata che può portare solo al fallimento. Se metto delle persone incattivite in queste realtà al collasso, prima o poi pagherò le conseguenze».
Il timore però, espresso dagli stessi detenuti ovvero i redattori di "Ristretti orizzonti" il giornale del carcere di Padova, è che tutti questi allarmi cadano velocemente nel dimenticatoio. «Notizie che si dimenticano il giorno dopo. Mentre lo scempio si protrae indisturbato. È certo comprensibile che i cittadini comuni non badino troppo a tali realtà. Meno comprensibile è l’indifferenza mostrata dalla maggior parte di avvocati e magistrati. […]. Una distrazione che è fonte di grande responsabilità. Perché concorre, se pur inconsapevolmente, ad alimentare l’illegalità che, in luoghi chiusi come il carcere, diventa immediata ferita sulla persona. Si preferisce volare alto. Il giusto processo. La separazione della carriere. Il lodo Alfano. Si preferisce trattare della Luna, anziché dell’infiltrazione d’acqua che minaccia la nostra casa».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 23 ottobre 2008
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