Flavja e le classi separate: “Non è questo il modo di creare integrazione”

La giovane albanese, da dieci anni a Busto e recentemente premiata dal Comune per la laurea in lingue, commenta la mozione leghista passata alla Camera

I provvedimenti in materia di inserimento degli studenti stranieri, bimbi in testa, nella scuola italiana stano già suscitando reazioni e commenti di vario segno. Noi di Varesenews samo andati a cercare chi poteva raccontarci una sua esperienza diretta nel campo, da studente, per capire cosa ne pensasse. Il pensiero è subito andato a Flavja Shega, la studentessa albanese da dieci anni residente a Sacconago che di recente è stata premiata dal Comune di Busto Arsizio per aver raggiunto la laurea in lingue e letterature straniere. In Italia Flavja ci era giunta nel 1998, su un gommone, senza sapere una parola d’italiano. L’abbiamo incontrata a Sacconago, dove vive.

Cosa pensi dei provvedimenti votati dalla Camera ieri, ossia di creare delle classi speciali per l’inserimento di quei bambini o ragazzi che non padroneggiano ancora la lingua italiana? Lo ritieni utile o pericoloso?

«Mah, sembra venire incontro ad alcune cose che ricordo diceva Magdi Allam (incontrato proprio in occasione della premiaizone ndr) sull’apprendere la lingua prima di venire in un Paese. È una persona ammirevole ma di cui non sempre condivido le idee. Sul provvedimento in sè non mi sento d’accordo, non è questo il modo di affrontare il problema. Si è dimostrato che l’integrazione può crescere dal basso. Se vuoi aiutare i bambini, fagli sì dei corsi d’italiano, ma in più rispetto a quello che limitatamente possono cominciare ad apprendere pian piano a lezione con gli altri. Altrimenti è come mettere dei paletti, ecco».

Conosci altre famiglie con figli studenti che potrebbero ricadere nella situazione prevista dal decreto odierno?

«No. Qui le famiglie immigrate che conosco io sono di vecchia data, ormai sistemate e integrate».

La tua esperienza scolastica non è stata facile, soprattutto all’inizio. Vuoi raccontarci qualcosa?

«Posso solo confermare che all’inizio è stata dura, devo ringraziare le insegnanti. Certo anche dopo… Si dice che bisogna evitare i ghetti, lo ribadisce anche Allam, ma non è scontato. A volte, cioè, ci finisci quasi di tua volontà in un ghetto, vuoi startene "fra noi", ti senti considerata sempre "la straniera". Persino adesso all’università, a volte».

Quindi non pensi che questa misura sarebbe stata utile a consentirti di superare meglio quel periodo.

«No, non credo. Meno male che non c’era, anzi, per certi versi. Sul piano sociale, personale, forse all’inizio mi avrebbe aiutato, fatto sentire temporaneamente meglio, ma al prezzo di creare un muro intorno a me».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 15 ottobre 2008
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