«Giovani bulli e razzisti? No, sono adolescenti inquieti»

Il provveditore Claudio Merletti commenta i due episodi di cronaca avvenuti in questi giorni. E parla di "cattiva" comunicazione

Il provveditore Claudio Merletti difende i "suoi" ragazzi. E i "suoi" insegnanti. Li difende dall’accusa di essere intolleranti, i primi, incapaci di gestire studenti ribelli, i secondi.
I due episodi di questi  giorni, la giovane picchiata dai compagni di scuola, le sagome di legno che rappresentano bambini di colore dipinte di bianco a Brinzio, quale chiave di lettura devono avere? Ha senso parlare di razzismo e di intolleranza? Oppure si tratta di un disagio che ha radici culturali diverse?

«Negli anni 2000-2001 ho lavorato all’Ipc Falcone di Gallarate – dice Merletti – in una situazione davvero difficile. Era una sorta di Bronx: i ragazzi non venivano a scuola e all’uscita, spesso, ad attenderli c’erano i carabinieri. Quella era un’emergenza, un’emergenza vera. Alla luce dell’esperienza che ho vissuto posso dire che situazioni così nelle scuole della nostra provincia non ne esistono più.
E’ vero però che va fatta una riflessione seria e profonda sull’adolescenza. Da una parte c’è un malessere connaturato all’adolescenza che è normale, dall’altro un problema legato alle aree più povere, o non ricche, della nostra provincia, che spesso coincidono con quelle in cui vivono gli stranieri».

I ragazzi che frequentano alcune scuole vivono situazioni di disagio, ma gli insegnanti hanno un compito importante.

«Dare letture ideologiche a questi episodi di cronaca– continua Merletti – mette a repentaglio il lavoro delicato degli insegnanti. Trasmette un clima di sfiducia che investe i ragazzi, le famiglie e i docenti. Va detto, invece, che gli istituti professionali, come quello che aveva come studenti i giovani protagonisti del pestaggio, svolgono un ruolo importante nell’educazione e nell’integrazione. Sono frequentati da ragazzi immigrati che, nella maggior parte dei casi e al di là di qualche singolo episodio, vivono accanto ai compagni senza alcun problema.
Questo anche per merito della "scuola" che è fatta di persone, di docenti, di presidi che mettono in campo tutti i meccanismi per assorbire le differenze sociali, compensare i limiti. Sono quelle le scuole in cui è più difficile lavorare, ma anche quelle in cui si svolge il lavoro più faticoso di integrazione tra i singoli ragazzi e tra i ragazzi e la società».

Claudio Merletti fa un’ultima riflessione su chi le notizie le gestisce e le diffonde: «Non voglio entrare troppo nel merito – dice- certo è che sarebbe il caso che i responsabili della comunicazione si fermassero un po’ a riflettere. Hanno un ruolo importante sempre, ma ancora di più quando i protagonisti della notizia sono i giovani, gli adolescenti. Penso al caso degli studenti che restano vittime di qualche episodio di cronaca: per giorni c’è la ricerca spasmodica del particolare, l’inseguimento dei compagni di classe fuori da scuola. Episodi davvero deprecabili. C’è insomma un’etica della comunicazione che andrebbe davvero messa a fuoco».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 15 ottobre 2008
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