Gli artigiani in visita alla “fabbrica dei mattoni”

Seconda puntata del viaggio in Etiopia di una delegazione di Confartigianato per verificare il buon funzionamento del centro creato 8 anni fa

Un viaggio in Etiopia per visitare "La Scuola dei mestieri". Era questo l’obiettivo principale della "missione" compiuta da una delegazione di Confartigianato partita nei giorni scorsi in "avanscoperta", per verificare il buon funzionamento della scuola. Il primo mattone fu posato 8 anni fa nelle mani di Papa Giovanni Paolo II; quel mattone é tuttora visibile al centro del cortile della scuola. Il Centro é stato donato da Confartigianato al Santo Padre in occasione del Giubileo degli artigiani nel 2000. Il direttore della scuola è Antonio Striuli, e il responsabile del convento, fratello Aklilu Petros. Pubblichiamo, in due puntate, il resoconto del viaggio.

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Ore 8.00, alzabandiera nel cortile della scuola della missione dei cappuccini di Soddo.

Da una parte i piccoli della scuola materna, dall’altra le classi elementari. Noi siamo più in alto, vicino alle bandiere: quella italiana di fianco all’etiope. Da qui vediamo i bambini schierati, con le loro divise blu: le graziose treccine delle teste femminili prevalgono sui ricci corti dei maschietti. Prima che i missionari iniziassero la loro opera educativa gli alunni erano quasi tutti maschi, la scolarizzazione delle figlie non era considerata una priorità in queste famiglie etiopi (e c’è da dire che le famiglie di questi bambini sono tutte mediamente benestanti, abbastanza da potersi permettere la piccola spesa di una retta mensile nella scuola cattolica). Ora la proporzione si è nettamente invertita.

Dopo il canto dell’inno nazionale bimbi e ragazzi si dirigono verso le classi o verso il campo da gioco per l’ora di educazione fisica. Giriamo nelle classi: lezioni di inglese, matematica, scienze (persino una lezione di educazione sanitaria dove si ricorda ai ragazzini la pericolosità dello “smoking cigarettes”..monito che dovrebbe servire anche a qualche fumatore incallito-adulto e italiano-della nostra delegazione…).
LA SCUOLA DEI MESTIERI
Nell’area principale del compound dei cappuccini visitiamo gli spazi didattici e i laboratori della “Scuola dei Mestieri”.
E’ intorno a questo centro che gravita la ragione e il senso della nostra presenza in questa che è fra le zone più povere dell’Africa.
E’ stata la realizzazione di questo Centro, donato da Confartigianato al Santo Padre in occasione del Giubileo degli artigiani nel 2000, a creare un legame fortissimo tra gli artigiani italiani e tanti giovani di questo paese: giovani altrimenti destinati alla povertà, all’inedia hanno qui la possibilità di imparare un mestiere, divenire artigiani, per potersi poi dedicare ad una piccola attività in proprio. La scuola ha persino ottenuto dal governo etiope il titolo di Centro di Formazione valido a livello nazionale.
Il Centro comprende una falegnameria, una fabbrocarpenteria, un’officina meccanica per riparazioni auto e attività di elettrauto, una carrozzeria con tecnologie all’avanguardia (banchi di ripristino per automezzi molto moderni, che poco hanno da invidiare a quelli italiani).
L’IMPEGNO DI CONFARTIGIANATO
Confartigianato ha impegnato risorse economiche ed umane perché, pur in una realtà tanto povera e complessa, dove tenderebbe a prevalere una logica di mera e basilare sussistenza, gli standard tecnici e professionali si rivelino all’altezza delle caratteristiche di ingegno, dedizione e accuratezza, proprie del lavoro artigiano. Sarebbe stato facile limitarsi al buonismo dei discorsi, o ad un’opera di semplice beneficenza: il Centro, invece, è una realtà concreta e riconosciuta, con enorme potenzialità professionali ed umane. I giovani del luogo vengono formati “a casa loro”, in un contesto attento alla loro mentalità e integrato alla realtà locale.
FORMAZIONE, ETICA, SOLIDARIETA’
Coloro i quali insegnano sono i primi ad apprendere e ad arricchire la loro esperienza umana e professionale: il segreto sta nel non prevaricare sui giovani in formazione, nel non forzare eccessivamente la mano, nel creare piuttosto rapporti di amicizia tra formatori e apprendisti. Il direttore della scuola, Antonio Striuli, e il responsabile del convento, fratello Aklilu Petros, spiegano che i lavoratori formatisi nella scuola imparano a darsi da fare e, una volta che hanno appreso, anche se lasciati soli, continuano a  impegnarsi e divengono a loro volta formatori. Si crea così un circolo virtuoso, che pone le basi perché un’economia di sussistenza si trasformi in un’economia di profitto, fondata comunque su saldi valori etici e su un forte spirito di solidarietà.

Certo esistono problemi aperti e la necessità di un ulteriore impegno da parte del Sistema Confartigianato: ad esempio alcuni moderni macchinari, già disponibili nella scuola, necessitano di assembramento e installazione e il numero dei formatori artigiani italiani che si recano a Soddo andrebbe implementato, il loro impegno reso più strutturato e organico. Ma a 8 anni dalla donazione del “primo mattone” nelle mani di Papa Giovanni Paolo II (mattone tuttora visibile al centro del cortile della scuola), la scuola continua la sua opera e cresce.
LA “FABBRICA DEI MATTONI”
La mattinata si conclude con la visita alla “fabbrica dei mattoni”.
Alcuni lavoratori caricano argilla su portantine (di carriole in etiopia se ne vedono poche, ma abbonda la manodopera…), altri battono con bastoni il materiale più grosso e successivamente lo setacciano, il materiale viene quindi portato a mano in vasche scavate nel terreno. Alcuni uomini girano con i piedi il materiale a macero, quindi il materiale impastato nelle vasche e fatto asciugare viene ricaricato su portantine e via di seguito fino alle forme, alle mattonelle essiccate all’aria e quindi messe in forno per la cottura.
Gli addetti a questi lavori (donne e uomini) sono non vedenti. Quasi tutti.
Le donne sono quasi la metà, tutte affette da deficit visivo; vengono accompagnate al lavoro da una serie infinita di figli, vedenti ma spesso piccolissimi. Ad ogni accenno di saluto o complimento i bambini, e spesso anche gli adulti (avvisati della nostra presenza dai loro superiori), non fanno mai mancare un sorriso.
Ma alcune immagini restano difficilmente immaginabili, quasi non descrivibili, certamente forti. La dignità di queste persone, che coi frutti del loro lavoro garantiscono il sostentamento delle loro famiglie, non si può spiegare. La si comprende appieno solo vedendola.
Vicino alla fabbrica visitiamo una scuola per bambini non vedenti: gli alunni imparano a leggere e scrivere con metodo braille e con l’ausilio di pc opportunamente programmati. I bambini salutano, parlano con noi in inglese.
Sulla dignità del lavoro, sul senso profondo dell’insegnare e dell’imparare questa giornata ci ha già detto molto. E non è finita.
MARCELLA E GLI “STREET CHILDREN”
Nel pomeriggio visitiamo il centro di accoglimento per gli “Street Children”, i ragazzi di strada. L’edificio è in fase di ultimazione ed è situato in un punto paesaggisticamente stupendo.

La bellezza del luogo contrasta con la drammaticità del momento di distribuzione del pasto ai “più poveri dei poveri”, che lì si svolge. Anziani soli, donne con bambini in tenerissima età si raccolgono ordinatamente nell’attesa di essere chiamati per la consegna delle razioni di cibo. Ci accolgono con un applauso. Ci circondano. Molti mostrano le loro piaghe, senza tuttavia chiedere commiserazione. Tutti hanno un sorriso da rivolgere a chi prova per loro sentimenti di sincera e profonda partecipazione. Non esiste nulla di più disarmante: si pensa di poter fare qualcosa per il prossimo, e si incontrano persone che già fanno tanto, eppure basta uno sguardo per comprendere che quello che si fa e persino quello che si potrebbe fare, è infinitamente poco rispetto al dolore e alla povertà di questa gente. E allora quel sorriso che ti vedi rivolgere ti rode dentro come una macina.
Ma a questo punto l’incontro con Marcella ci dimostra che l’ostinazione ad operare per il miglioramento, pur in un contesto tanto difficile, non è cosa vana.
Marcella è la direttrice della futura casa degli “Street Children” e sembra essere la dimostrazione vivente che questa ostinazione “positiva” può portare a risultati inimmaginabili. Il centro è una struttura ampia e colorata, con spazi per il gioco, la musica, i laboratori e i workshop. Limitare il proprio impegno ad un progetto di semplice sussistenza, anche in questo caso, non avrebbe avuto senso. Marcella ha curato i dettagli del progetto architettonico e ha iniziato un percorso educativo tutt’altro che banale con un nutrito gruppo di bambini e ragazzi.
Si tratta di minori allontanati o abbandonati dai genitori, o fuggiti da realtà famigliari di prevaricazione e violenza, che vivono di espedienti sulla strada, costantemente esposti a gravi pericoli. A questi ragazzi non viene semplicemente offerto un letto e un pasto.
Il Centro è un’occasione di riscatto sociale, di aggregazione ed educazione, di collaborazione e formazione professionale.
A questi bambini finora abituati a vivere liberi, ma in contesti di degrado, senza vincoli affettivi e famigliari, viene offerta protezione e sostegno, ma anche l’occasione di mettersi alla prova imparando a rispettare le regole della vita comune e a ripensare la propria libertà in un contesto di vita comunitaria. Questi ragazzi ignoravano il concetto di “futuro”: ora iniziano a sognare quello che faranno da grandi.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 23 ottobre 2008
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