“Hai il passaporto? Parti e racconta cosa sta succedendo”

Ettore Mo e Andrea Puragatori, ospiti del Festival del Racconto, hanno raccontato il mestiere dell'inviato

L’inviato è un giornalista privilegiato. Privilegiato perché può viaggiare da una parte all’altra del mondo, vedere la storia con i propri occhi, raccontarla agli altri e perfino aggrapparsi alla tonaca di un Papa. A parole. Nella pratica fare l’inviato vuole dire sacrificio, intuito e coraggio. Vuole dire non avere nemmeno il tempo di avere paura. Quando è il momento si deve prendere in mano il passaporto, prendere un aereo e andare dove sta accadendo qualcosa che deve essere raccontato. Parola di due giornalisti che la storia l’hanno vista con i loro occhi: Ettore Mo, che nei suoi libri e sulle pagine del Corriere della Sera ha raccontato le peggiori guerre del mondo e Andrea Purgatori, inviato speciale del Corriere e autore di inchieste sui misteri italiani partendo dalla strage di Ustica. Due inviati che hanno molto da raccontare, ne hanno dato prova ieri sera, giovedì 16 ottobre, a Villa Recalcati. Un testa a testa, sullo spunto delle domande del giornalista di VareseNews, Michele Mancino, che ha tenuto il pubblico inchiodato alla sedia per più di due ore.
Due carriere diverse, due modi di scrivere diversi, una generazione in mezzo. Ma anche un fattore comune importante che ad un centro punto ha cambiato la vita di entrambi: l’occasione giusta.
Per Mo, che all’inizio scriveva di cultura e teatro, è arrivata con un aereo dirottato «per amore – racconta – ma questo si scoprì solo dopo. Ero a Bari per seguire uno spettacolo quando mi arrivò la telefonata del Corriere. Mi dissero: "È stato dirottato un aereo, Ettore va a vedere che cosa è successo". Io ci andai subito il giorno dopo il giornale aveva il mio articolo. Mi arrivò un’altra telefonata, era il direttore, mi disse: "Ettore, scordati la Scala ed il teatro. Ce l’hai il passaporto? Bene, da domani vai in guerra". Anche per Purgatori la domanda fu la stessa: «"Ce l’hai il passaporto?". Me lo chiesero quando un collega, forse per paura, rifiutò di prendere l’aereo e partire. Io ero in redazione quel giorno, in questo lavoro ci vuole costanza ma anche un po’ di fortuna e cioè trovarsi nel posto giusto al momento giusto, si rivolsero a me. Io accettai e presi quel volo».
Partire e andare sul posto. Questa è la vita dell’inviato. Ma il posto chi lo decide? Come si trova la storia "sporca" da raccontare? «Lo stimolo arriva dal giornale ma anche dal giornalista – spiega Ettore Mo -. Io leggevo molto i giornali esteri, cercavo degli spunti, li portavo al direttore e dicevo "che dici si può fare un salto qui a vedere cosa sta succedendo?" e partivo. Allora i giornali erano più ricchi potevano permettersi di inviare un giornalista in ogni parte del mondo, oggi la situazione è diversa. Ma il ruolo di un inviato resta sempre fondamentale. Solo chi va sul posto, chi parla con la gente e sente l’odore della gente può dare una giusta informazione».
Un lavoro che si deve amare, non può essere diversamente. Che può far sognare a sentirne i racconti ma che non è così fiabesco come sembra. «Il rischio c’è ed è alto – precisa Purgatori -. Non si può prendere una persona e spedirla in una zona del mondo dove si combatte. Serve una preparazione che oggi, mi sembra sempre più difficile ottenere. Le nuove tecnologie hanno cambiato profondamente questo lavoro, lo hanno reso più semplice. Ma sono agevolazioni che non permettono di raccontare i fatti allo stesso modo di prima». Non era così quando, per intervistare Ahmad Shah Massoud, il "Leone del Panjshir", Ettore Mo fece tre settimane a piedi per raggiungere il suo rifugio. «Era l’unico che non si poteve intervistare perchè non si spostava dalla sua base. Non mi bastava questa cosa per desistere, così decisi di andare io da lui. E riuscii a intervistarlo, quella fu la prima volta». 
Le guerre cambiano volto, la violenza cambia le sue armi, gli amici internazionali diventano nemici internazionali. In tutto questo un giornalista ha una sola risorsa le sue parole. 
«Solo l’autocensura le può limitare, nient’altro» ha concluso Purgatori, la giusta chiusura di una bella lezione di giornalismo.  

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 17 ottobre 2008
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