L’appello dei colleghi: “Liberate il disertore”

I compagni di lavoro e i dirigenti dell'azienda di Samarate, in cui lavora il polacco arrestato ieri per una diserzione che risale a 18 anni fa, chiedono clemenza

«Bogumil, per noi tutti Boghi, è una bravissima persona, e sapere che è stato arrestato, e per quale motivo, ci lascia interdetti». Così Claudio Branciforti, dirigente della ditta Esseti Plast di via Pascoli a San Macario di Samarate, dove lavora da dodici anni il 36enne cittadino polacco condotto l’altro ieri in carcere dai carabinieri della compagnia di Busto Arsizio. «Sono venuti a prenderlo mercoledì verso le 16, io non c’ero, mi hanno detto che i carabinieri sono stati gentili» racconta Branciforti. «Boghi è addetto alla produzione, è un grande lavoratore, un padre di famiglia, lavorano sodo sia lui che sua moglie, polacca anche lei. Hanno una figlia che va alle scuole medie a Busto Arsizio, e un mutuo da pagare un’ira di Dio ad una finanziaria per la casa presa a Marano Ticino».

Grande la preoccupazione in azienda espressa da Branciforti, che ci aveva scritto queste parole per portare la solidarietà sua e di tutti i lavoratori di Esseti Plast: "Abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo e di stimarlo per le sue qualità umane. E’ un ottimo padre di famiglia e un gran lavoratore. Ci sembra assurdo pensare che  un reato del genere commesso nella notte dei tempi, costringa questo nostro amico a vivere l’esperienza drammatica del carcere. Speriamo che la giustizia umana lo restituisca al più presto alla sua famiglia, ed alla società civile". Parole semplici ed umane usate per sostenere un collega, un amico, che si trova nel più grosso guaio di un’intera vita per una ragazzata compiuta a diciott’anni, da soldatino di leva di una Polonia appena uscita dal regime comunista a partito unico sostenuto da Mosca. Un caso degno di Amnesty International.

Al limite dell’incredibile la vicenda che ha riportato Bogumil all’attenzione della magistratura militare polacca, e da lì, via Interpol, nelle mani probabilmente imbarazzate dei carabinieri italiani, usi sì ad obbedir tacendo, ma anche a "trattare" soggetti di ben altra pasta. «Boghi» spiega Branciforti «non era tornato in Polonia per diciotto lunghi anni. Lo ha fatto solo la scorsa estate; era tornato così felice di aver rivisto il paese natale, le tombe dei nonni, gli amici d’infanzia che nel frattempo erano cresciuti e si erano sposati…»

Ma è proprio lì che qualcosa deve essere andato storto. Scartata l’idea che qualcuno sia corso a denunciarlo (e perchè mai?), non resta che l’ipotesi di un qualche banale controllo stradale. La polizia prende i dati, magari al confine. Tutto ok, sul momento, documenti in regola. Li passa poi in un qualche database nazionale. Lì scatta un allarme: il soggetto risulta aver disertato. Diciotto anni prima. Qualche zelante magistrato militare che si trova la pratica sul tavolo spicca un ordine di cattura. Europeo, perchè la Polonia fa parte della UE, anche se il suo governo sembra amare Washington molto più di Bruxelles. L’Interpol inoltra la richiesta. I carabinieri ricevono un ordine di custodia in carcere, e lo eseguono – a denti stretti.

«Che sarà di lui ora?» chiede ora Branciforti. «Che deciderà la giustizia italiana? Lo estraderanno dopo essersi rifatto una vita perchè sconti magari anni di carcere in un Paese che ha lasciato tanti anni fa, lasciando qui moglie, figlia e un mutuo? Cosa potremo fare noi colleghi a questo punto? È vergognoso che Boghi vada dentro quando c’è chi ha commesso fatti di sangue ed è rimasto tranquillo all’estero, vedi alcuni brigatisti in Francia. Qualsiasi cosa possiate fare, anche voi della stampa, per aiutare Bogumil fatela».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 17 ottobre 2008
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