Pant: “Mondiali? Un volano sfruttato a metà”

Intervista al professore della Liuc sull'evento che ha caratterizzato la nostra Provincia e sui possibili sviluppi sul nostro territorio

«I Mondiali? Direi che sono andati bene, ma si poteva fare anche meglio. Ad esempio, cogliere l’occasione per iniziare a costruire un “marchio Varese”». È il commento di Dipak Raj Pant, antropologo e economista, docente di economia sostenibile all’Università Carlo Cattaneo – Liuc, direttore dell’Unità di Studi Interdisciplinari per l’Economia Sostenibile e responsabile del servizio Consultorium per offrire consulenza agli studenti. Nepalese di origine, ma trapiantato in Piemonte da diciassette anni, il professore di pianificazione economica “alla Indiana Jones” – perché per cinque mesi all’anno lavora in giro per il mondo – esordisce con una confessione. «Voglio essere onesto. Sono passato per Varese prima dei Mondiali e ho visto i lavori in corso e, a cose finite, ho parlato con commercianti, operatori turistici e industriali. Ero in Italia durante quella settimana, ma non ho partecipato direttamente all’organizzazione dell’ evento anche perché non sono stato chiamato in nessuna commissione o tavolo». Esperto nelle tematiche legate al rilancio turistico, al commercio e alla mobilità sostenibile, in provincia di Varese il professor Pant ha curato solo il progetto “Bussola per la Comunità Eco-Tech” a Marzio, mentre ha lavorato e lavora in tutto il resto del mondo, da Como, a Chicago alla Mongolia. 

Professo Pant, come sono andati dal suo punto di vista i Mondiali di ciclismo?
«Sulla parte strettamente legata alle gare, non posso dire nulla. In complesso, la città ha saputo ospitare un grande evento, ma si poteva fare ancora meglio. C’erano molto spazi di miglioramento. Ho parlato con alcuni commercianti che non hanno avuto le ricadute che si aspettavano, ma anche con dei turisti che si sono lamentati per il prezzo troppo alto dei panini, soprattutto in zone strategiche come la salita dei Ronchi. Anche a livello mediatico non mi sembra che questa manifestazione abbia avuto una gran risonanza mediatica. Questo dipende sia dall’organizzazione che dal modo di lavorare dei mass media». 

Secondo lei Varese ha dimostrato di possedere le energie e potenzialità per ospitare grandi eventi?
«Il territorio della provincia di Varese ha molte potenzialità e tanti pregi. Fra questi c’è l’ampia zona naturale che lo caratterizza, accanto a tanti piccoli borghi medioevali, città medio-grandi e zone industriali. L’energia del territorio è ottima e rispetto ad altre province sceglierei Varese per organizzare delle manifestazioni. Finora però tutte queste energie non sono state fruttate al meglio. Questa è una terra buona, operosa, industriosa ed ha una buona posizione rispetto agli assi nazionali ed europei, anche se non sono completamente fruibili, anzi avrebbero bisogno di un aggiornamento tutte le infrastrutture». 

Ma quindi Varese è pronta per ospitare grandi eventi, magari uno ogni anno fino al 2015?
«È un’ottima idea ed è fattibile. Certo che può ospitare eventi, di qualsiasi tipo: sport, cultura, musica, scienze. Non deve però proporre qualsiasi cosa, ma scegliere con criterio. Tutto dipende naturalmente dalle risorse economiche a disposizione, ma anche dalla buona volontà e dall’efficienza dell’organizzazione. Servono persone capaci e a Varese non mancano di certo».

Lei però prima parlava di possibili miglioramenti. Cosa è mancato secondo lei e cosa bisognerà fare in futuro in queste manifestazioni?
«
Io credo che gli organizzatori abbiano commesso un tipico errore, se così si può dire, italiano: è prevalsa la tattica e non la strategia. Insomma, i Mondiali potevano essere usati meglio come impulso per un nuovo sviluppo, invece è mancato un pensiero di lungo termine. Ad esempio, era da minimo due anni che si sapeva che Varese avrebbe ospitato questo evento. Perché, sfruttando il progetto della pista ciclabile intorno al lago, gli enti coinvolti non hanno pensato più in grande? Io avrei proposto di creare un collegamento non motorizzato, ovvero un sistema di piste ciclabili e pedonali, che unisse tutti i luoghi principali della provincia. Varese sarebbe diventata la prima provincia in Italia con tutte le risorse paesaggistiche collegate da un reticolato ciclabile e pedonale alternativo e complementare a quelle infrastrutture di mobilità motorizzata. Si poteva chiedere alle società ciclistiche si sponsorizzare l’iniziativa e cercare di ottenere più fondi dallo Stato. Questo sarebbe diventato il brand, il marchio della provincia. Senza contare le ricadute per il futuro sulla mobilità sostenibile e forse anche sulla salute dei cittadini».  

Poca programmazione quindi?
«
Forse sì. Prendiamo il problema, apparentemente banale, dei panini costosi: se c’è tanta domanda e poca offerta, è chiaro che il prezzo aumenta. Ma in questo caso si poteva prevedere l’afflusso di gente e agire di conseguenza aumentando l’offerta. Ad esempio, coinvolgere di più i produttori locali e organizzate degli stand. In queste manifestazione ci vuole una gestione seria, queste cose vanno programmate bene con largo anticipo. Ma lo stesso vale per il clamore che c’è stato con la chiusura delle scuole».

C’è qualcuno da cui Varese dovrebbe andare a scuola per diventare un territorio di eventi nazionali e internazionali?
«No, non saprei. È Varese che può diventare un modello, imparando però da tante esperienze diverse in giro per il mondo».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 13 ottobre 2008
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