Qui sede distaccata di Busto, lontani dalla protesta ma preoccupati

Gli studenti delle facoltà distaccate ai Molini Marzoli sembrano insensibili alla cosiddetta "onda" del movimento studentesco. Contro i tagli ma senza fermare le lezioni

Davanti alla sede bustocca dell’università dell’Insubria, ai Molini Marzoli, c’è il solito viavai di studenti che entrano ed escono dall’edificio in una classica giornata uggiosa, come spesso accade da queste parti. Sulle pareti non ci sono striscioni, nè volantini, nè informazioni di alcun tipo e a qualcuno potrebbe venire il dubbio che non sia una sede universitaria. Ma gli studenti ci sono e le facoltà legate a biologia e biomedica pure con tanto di laboratori di ricerca che funzionano a pieno ritmo. Insieme a Bari queste sono le due uniche università dove esistono queste facoltà.

Qui quella che viene definita "l’onda" del movimento non fa sentire nemmeno il suo riflesso più lontano anche se gli studenti ne parlano e discutono: «Si ne parliamo e cerchiamo di capire cosa ci sia dentro questa legge 133 – spiega Giorgio Russo, 23 anni, biologia – mia madre è professoressa e ha deciso di manifestare perdendo dei propri soldi per i suoi diritti. Io ho deciso di non fare nulla per due motivi. Qui siamo in pochi, non contiamo nulla e bloccare le lezioni danneggia me e gli altri che vogliono seguire». Sui contenuti del piano Gelmini è critico Davide Varcica, 24 anni, stessa facoltà di Giorgio: «Sono contrario a quello che sta facendo il governo in materia di scuola, ci stanno ipotecando il futuro ma non so cosa possa cambiare se noi ci mettiamo di traverso. Quindi continuo a studiare».

Tra gli studenti di Busto c’è una sorta di rassegnazione e il rischio che la ricerca venga tagliata non sembra preoccupare Alessia che spera «di andare a lavorare in una multinazionale della farmacia perchè non voglio vivere con 800 euro al mese». Emanuela, 39 anni, tecnico di laboratorio, vede in maniera positiva la possibilità di trasformare le università in fondazioni di diritto privato: «E se fosse questa la strada per trovare quei soldi che oggi comunque mancano? – si chiede – Non sono contraria a priori mentre sono contraria ad una privatizzazione dell’università». Paola, 21 anni, è arrabbiata perchè vorrebbe insegnare in futuro: «Col blocco del turn-over nei prossimi anni c’è poco da sperare per un posto come insegnante – spiega demoralizzata – visto che anche la ricerca è in fase di addomesticamento spero di trovare posto all’estero».

Dove? In Svizzera, rispondono in coro, a portata di mano e con stipendi da favola in confronto a quelli italiani sia nel privato che nel pubblico. Infine c’è Alessandra, studentessa che si dichiara di destra ma contraria alle decisioni che il governo vorrebbe prendere:«Perchè non pensano a tagliare dove davvero ci sono gli sprechi e le baronie invece di generalizzare a tutti i settori? Adesso ce la vogliono far passare come una riforma ammazza-baroni ma secondo me finirà che a pagare saranno gli studenti». Ma di lottare per fermare la riforma Gelmini e la legge 133 pare che, qui, nessuno abbia molta voglia.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 28 ottobre 2008
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