Scorci di Kathmandu

Si conclude il viaggio di Stefano Marcora che lo ha portato dalle bidonville e dai problemi sociali di Dacca alle alte vette dell'Himalaya nepalese

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Molti viaggiatori passano dall’India al Nepal, trovandosi a Kathmandu, la sua capitale. Al turista meno attento sembra di essere in un’altra città indiana: caos, traffico, clacson a volontà e per tutti i gusti sonori, risciò a pedali (nessun mototaxi, in cambio), rifiuti, incensi, procacciatori, templi hindu. Il turista sicuramente noterà che le caratteristiche somatiche di diversi nepalesi sono accostabili a quelle mongoliche-tibetane, però, tutto sommato…
In realtà Kathmandu è ben differente da una città della vicina pianura indiana. Con una ragazza tedesca incontrata a Thamel discutevamo proprio di questo; Kathmandu è un miscuglio di culture e influenze, una grande città con molti problemi e sempre sull’orlo del conflitto interno, ma sicuramente è meglio tenuta e meno anarchica di Calcutta o Agra. Le persone sono abbastanza discrete e non troppo emotive; probabilmente in India, per diversi motivi tra i quali uno lo sviluppo economico attuale, si nota più la differenza tra individui di classe sociale medio-alta rispetto alla moltitudine che vive alla giornata. A differenza del colosso asiatico, in Nepal sono pressochè assenti le diatribe interreligiose.

Quando sono arrivato a Kathmandu dal caos di Siliguri, ho provato un piccolo respiro di sollievo. Dopo aver salutato Anitha (che avevo conosciuto a Kakabhitta), prendo un taxi che mi conduce dall’aeroporto al quartiere di Thamel. La guida cartacea mi consiglia di alloggiare in questa zona perchè ci sono diversi negozi utili e molte possibilità economiche di alloggio. Dal taxi vedo case in cemento, strade intasate dal traffico, zone verdi, venditori ambulanti, passanti in mezzo alla strada. Una fresca brezza entra dal finestrino dell’auto: "Finalmente posso dire addio al caldo infinito", mi son detto.  Ad un certo punto del tragitto le strade si restringono, le persone a piedi aumentano e… tra la folla vedo una percentuale di turisti molto elevata. Chiedo dove siamo al taxista e lui mi risponde che siamo arrivati a Thamel. Qua prendo un alberghetto per 380 rupie a notte, disfo parte del mio bagaglio che risente ancora dell’umidità del Sikkim, mi dò una rinfrescata e poi esco. Dopo quindici minuti di cammino mi rendo conto di essere arrivato in un quartiere dedicato prettamente agli stranieri: negozi e prezzi per turisti, procacciatori-mendicanti-venditoriovunque-taxisti-spacciatori, locali stile occidentale o new age e cose di questo tipo che ho sempre amato. Devo fuggire da qua appena trovo un’alternativa di alloggio. Dirty business, come un pezzo delle Dresden dolls.

Il giorno dopo tre cose mi animano la mente: visitare la ‘vera’ città, ricercare un alloggio in un altro quartiere e poi cambiare qualche euro in rupie nepalesi. Da Thamel percorro a piedi una via ricolma di negozi di articoli per la montagna, poi un altra con locali e gente sempre più normale ed infine giungo nella città vecchia dove impera il commercio ambulante di generi alimentari e cose simili. Bene. In queste vie strette che trasudano di storie, di vite e di scambi tra il Subcontinente indiano e il Nord, in questi posti odorosi di spezie e di incensi affioranti da templi hindu e buddhisti mi trovo molto meglio. Scivolo tra case antiche con finestre e basamenti costituiti da legno finemente intagliato, passo negozi di lucchetti-spezie-gioielli-sete-maniglie-fruttatropicalefruttasecca-medicinali-scarpe-vestiti, per poi arrivare nel cuore di Kathmandu: sono a Durbar square, dove venivano incoronati i regnanti. Ora non riesco a visitare la piazza principale con tutte le sue pagode, però, nelle strade adiacenti, trovo una zona che potrebbe fare il caso mio. In una via laterale vedo alcuni lodge; dopo averne passati un paio ne prenoto uno per la notte successiva. Domani prenderò un risciò a pedali per trasferirmi.
Vicino al mio futuro lodge trovo un locale molto semplice dove mangiare qualcosa; la fame è poca, comunque mi faccio portare un nam vegetariano (pane non lievitato ripieno di verdure cotte) con una porzione di lenticchie. Mangio in silenzio guardando i passanti che affollano la via del quartiere. Seduto in questo ristorante mi chiedo con curiosità quando e’ stata l’ultima volta che ho mangiato la carne; a Darjeeling? oppure a Gangtok nel Sikkim? E’ parecchio tempo, ma non mi preoccupo più di tanto…
Al ritorno passo per un grande stupa buddhista con il monastero accanto; in questa piazzetta dominata dalla struttura religiosa e lontana dal traffico ci sono diversi studenti seduti che chiaccherano tra loro. Mi siedo anch’io, con in mano un bicchiere di the nero acquistato in un botteghino vicino. Guardo il cielo azzurro e la punta dello stupa dove sventolano liberamente decine di bandierine buddhiste. Il the è caldo, io sono tranquillo e penso che domani questi luoghi saranno un poco più familiari.
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Con questa ultima missiva si chiudono le testimonianze del lungo viaggio che Stefano aveva intrapreso nella tarda estate per raggiungere l’amico fratel Lucio, missionario laico del Pime, in Bangladesh, proseguendo poi su più turistiche vie. Foto e parole su queste realtà potranno essere viste ed ascoltate da Boragno (via Milano, cortile interno scaletta a sinistra) giovedì 23 ottobre dalle 20,45. Sarà presente Stefano Marcora; con lui Daniele Giavini che lo ha seguito in Bangladesh e Luigi Caira di "Abete Rosso"  che presenterà un trekking da Busto Arsizio al Mar Ligure di Sori attraverso Parco del Ticino, Oltrepò Pavese e Appennino Ligure.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 21 ottobre 2008
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