Se il seme non muore: gli ultimi giorni in Etiopia

Terza ed ultima puntata del viaggio della delegazione di Confartigianato in Africa

Un viaggio in Etiopia per visitare "La Scuola dei mestieri". Era questo l’obiettivo principale della "missione" compiuta da una delegazione di Confartigianato partita nei giorni scorsi in "avanscoperta", per verificare il buon funzionamento della scuola. Il primo mattone fu posato 8 anni fa nelle mani di Papa Giovanni Paolo II; quel mattone é tuttora visibile al centro del cortile della scuola. Il Centro é stato donato da Confartigianato al Santo Padre in occasione del Giubileo degli artigiani nel 2000. Il direttore della scuola è Antonio Striuli, e il responsabile del convento, fratello Aklilu Petros. Pubblichiamo, la terza ed ultima puntata del resoconto del viaggio.

Alla Scuola dei Mestieri "bussano" gli artigiani

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– Gli artigiani in visita alla "fabbrica dei mattoni"

SUOR JOANN, LA CAREZZA DELLA FEDE

A Dubbo (420 km a sud-ovest di Addis Abeba, tra le città di Soddo e Hosanna), in una calda mattina dell’ottobre etiope, visitiamo il St. Mary Small General Hospital.

L’ospedale, voluto nel 2000 dalla Confartigianato di Ancona e promosso dal vescovado di Soddo e dai frati Cappuccini, ha trovato origine a partire da un preesistente dispensario medico, con annessa clinica materno-infantile. Nel tempo sono stati creati un blocco operatorio, un’ala con alcuni posti letto per degenze di donne e bambini e locali per l’amministrazione.

Più avanti si è pensato di destinare la clinica anche alla cura degli uomini che, pur essendo gli individui meno a rischio a livello sanitario, sono gli elementi più “politicamente” importanti, capaci di influenzare opinioni e comportamenti della popolazione e di determinare quindi una maggior fruizione delle strutture assistenziali e sanitarie.

Dal luglio 2003 è stato quindi aggiunto un reparto pediatrico di 24 posti letto, mentre una camerata precedentemente riservata ai bambini è stata destinata agli uomini.

In totale l’ospedale consta oggi di 64 posti letto: un reparto di medicina con camerate “uomini” e “donne”, un reparto pediatrico e una camerata per i bambini denutriti, la sala parto e una camerata per le puerpere, un blocco operatorio e alcuni letti di degenza della chirurgia. Sono presenti inoltre una casa per le donne in attesa di parto a rischio, un blocco d’uffici per il dispensario e una radiologia. Una parte del complesso è riservata agli ambulatori, al laboratorio d’analisi e alla saletta ecografica.

Suor Joann, che ci fa da guida, è la responsabile generale della clinica, una donna dotata di un carisma e di una forza invidiabili. Ci mostra i locali e le strutture, fa da traduttrice tra noi e i degenti, saluta e carezza i piccoli malati. Ci racconta che la situazione sanitaria della regione è grave, tra le peggiori d’Etiopia (e del mondo).

TRA I REPARTI

Studiando medicina ho esperienza della vita di reparto. Il contatto con la morte e la sofferenza umana è destabilizzante in ogni parte del mondo. Ma mentre nel nostro Occidente il dolore e la coscienza della morte tendono ad essere nascosti ed evitati, a divenire quasi dei tabù, in questo luogo succede l’opposto. Qui il dolore è manifesto e talmente dilagante che diventa impossibile distogliere lo sguardo. In una camera visitiamo le donne già sottoposte al parto cesareo; alcune ci mostrano i piccoli, appoggiati al loro seno. Negli occhi di queste madri si legge tutta la tristezza e il timore di non poter garantire a queste piccole creature la vita e la salute che ogni bambino al mondo meriterebbe. Tra queste donne, poi, ve ne sono alcune che hanno perso il bambino che portavano in grembo: molto spesso le pazienti che vanno incontro a parti complicati provengono da villaggi lontani e arrivano troppo tardi alla struttura sanitaria. Ciò accade anche in una stagione come questa, in cui, tutto sommato, le situazioni climatiche e ambientali sono tra le più favorevoli. Si può solo immaginare cosa avvenga durante la stagione delle piogge, quando alcune zone sono raggiungibili con estrema difficoltà anche dai fuoristrada, o, al contrario, nei periodi di grave carestia e siccità: ogni anno a febbraio-marzo inizia una stagionale penuria di cibo che causa numerosissimi casi di denutrizione e morte, soprattutto fra i bambini.

Ma in questo periodo dell’anno la situazione è meno drammatica e, nonostante una recente epidemia di malaria (malattia che i cambiamenti climatici hanno fatto comparire solo negli ultimi anni, ma che è già diventata la più comune nella Provincia), la mortalità nella clinica è più bassa: anche i bimbi ricoverati nel padiglione dedicato ai denutriti sono tutti in fase di notevole miglioramento clinico.

LA DOLCEZZA DI SUOR FRANCESCA

Nell’orfanotrofio poco distante dall’ospedale incontriamo molti altri bambini ed un’altra religiosa, suor Francesca, donna estremamente dolce e dedita, che gestisce la struttura con grande talento e coraggio. Ad assisterla solo tre ragazze, molto giovani, che fanno la spola tra una nursery e l’altra: dai neonati, che vengono adottati entro pochissimi mesi soprattutto da coppie italiane e americane, ai lattanti, fino ai bambini in età scolare e prescolare. Questi ultimi giocano insieme nel giardino della Casa; tra loro una ragazzina di 8 anni, che pesa come un bambino di 3, resta nascosta sotto una coperta blu: trovata per strada in condizioni disperate è stata portata nella struttura da alcuni poliziotti solo pochi giorni fa. La piccola non parla, non vuole vedere nessuno. Sembra che non abbia nemmeno la forza di mangiare. E’ evidente come, nonostante l’encomiabile lavoro della clinica e dell’orfanotrofio, la situazione sanitaria, nutrizionale e sociale della zona resti comunque disperata.

LA POVERTA’ NON E’ UN’ OMBRA

Ben poco viene fatto nei momenti buoni per affrontare le situazioni di siccità e carestia: nessun sistema di irrigazione o di terrazzamenti. La povertà inoltre determina un basso livello di alfabetizzazione, soprattutto tra le donne; per questo è difficile trasmettere la più basilare educazione all’igiene di adulti e bambini: il bestiame dorme nella stessa capanna della famiglia, la gente attinge l’acqua per scopi alimentari e igienici nel punto più vicino possibile (anche nei pressi dell’ospedale vediamo bambini che si lavano e riempiono taniche in pozze fangose). Anche durante la visita al mercato di Soddo, nel pomeriggio, ci rendiamo conto di quanto certe elementari (ma proprio elementari..) norme di igiene e sicurezza non siano assolutamente una prerogativa del luogo.

IL MERCATO DI SODDO

Ma il mercato è anche qualcosa di unico e grandioso, colorato e animato. Migliaia di persone vi affluiscono e acquistano di tutto: verdure, cereali, farine, formaggi, cesti, borse, scarpe, stracci. Ci sono parrucchieri, stiratori e sarti. Sotto una tenda intuiamo uno spazio destinato al consumo di alcool e al fumo.

La notizia della nostra presenza si diffonde e presto veniamo circondati da venditori solerti e piuttosto agguerriti nelle trattative sul prezzo (in Africa non è nemmeno concepibile non mercanteggiare al mercato!) o da bambini festanti, che chiedono “one bir” (la moneta locale, equivalente a circa 7 centesimi di euro) o “one caramella” o cercano di farsi ritrarre dalle nostre fotocamere. Anche se tutta questa attenzione nei nostri confronti a tratti ci intimorisce e ci lascia disorientati ,dagli occhi della gente traspare una curiosità e un calore rassicurante. Ma nell’esperienza del mercato non si esaurisce il nostro contatto più “intimo” con la popolazione locale.

LA MESSA DI PADRE MARCELLO

Domenica mattina arriviamo, in circa 40 minuti di jeep, attraverso piccoli villaggi e lussureggianti paesaggi, a Bughe Ghennet, dove Padre Marcello celebra settimanalmente la santa messa festiva. La gente proveniente dai villaggi più distanti cammina anche per 30-40 chilometri per poter partecipare alla celebrazione.

Nella chiesa ci avvolge un’atmosfera insieme festosa e raccolta, allegra e commovente. I bambini cantano e pregano, qualche fedele balla persino, il coro anima la celebrazione con grande trasporto (non posso evitare di farmi fotografare in mezzo ai coristi e di proporre un gemellaggio fra il mio coro varesino e quello locale). L’assemblea è numerosissima, a tratti un po’ rumorosa, ma attenta e devota. Veniamo considerati ospiti di particolare riguardo, i fedeli ci osservano e ci augurano ogni bene. Le preghiere sono suggestive: a bassa voce le recitiamo nella nostra lingua, lasciandoci trasportare, nel contempo, dalla grande musicalità della lingua amarica.

Al termine il presidente di Confartigianato Giorgio Guerrini, il presidente regionale Giorgio Merletti e altri dirigenti e funzionari dell’Associazione sono chiamati a portare una breve testimonianza della loro esperienza. Una donna traduce per i fedeli dall’italiano all’amarico L’emozione e la gratitudine sono bilaterali: l’assemblea applaude con riconoscenza, uomini e donne  annuiscono sorridendo; da parte nostra non possiamo che essere grati per l’affettuosa accoglienza e per aver incontrato persone “speciali” in un posto tanto speciale. D’altronde gli auspici di fiducia e di speranza per questa gente, ancora più che con le parole, gli artigiani di Confartigianato hanno saputo esprimerli mediante la solidarietà concreta e la collaborazione fattiva con i lavoratori del luogo e con chi, come Padre Marcello, ha deciso di dedicare totalmente la vita al bene di questi fratelli.

IL SEME DI CONFARTIGIANATO

Di fronte all’enormità dei bisogni, allo strazio della malattia e della povertà l’impegno e la solidarietà rischiano di soccombere al senso di impotenza. L’opera di Confartigianato in Etiopia è un seme, che, nel profondo della terra, non va perso, ma appare piccolo in confronto all’enormità di una suolo tanto difficile e lontano. Il seme non può germogliare se, all’apparenza, non muore. Ma presto la pianta dà frutto e allora il seme rivela tutta la sua vitalità. La constatazione del rilievo professionale e del ruolo sociale della scuola dei Mestieri di Soddo e dell’ospedale di Dubbo, ma ancora di più l’esperienza del forte senso di amicizia e riconoscenza delle persone del luogo dimostrano come, sebbene dalla terra arida non possa nascere nulla, la fiducia, la generosità e la passione possano dare origine a tenaci germogli di speranza e riscatto.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 24 ottobre 2008
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