Slogan e ministri nell’epoca dei decreti

Il senatore Paolo Rossi: «Riforme piovute dall'alto che nulla hanno a che vedere con le reali esigenze delle persone»

Riceviamo e pubblichiamo un contributo del senatore Paolo Rossi

Il decreto Gelmini è stato approvato nell’Aula del Senato: un’Aula da cui – non appena usciti – era possibile udire i cori e le manifestazioni di protesta che hanno costantemente accompagnato la discussione, fino al voto e oltre. Era da tempo che non si assisteva a cortei di studenti di tali proporzioni, uniti nel rappresentare ed esibire uno stato di disagio, anche a prescindere dalle diverse posizioni politiche: Maurizio Crozza, introducendo la puntata scorsa di "Ballarò" sottolineava ironicamente come la Gelmini ha avuto il merito, se non altro, di mettere tutti d’accordo, facendo arrabbiare indistintamente studenti e insegnanti, genitori e persino bidelli, in una parola l’intero universo che ruota intorno al mondo della formazione e della Scuola.

Gli svarioni di cui il ministro è stata interprete sublime fanno pensare che, quando si affrontano certi temi, forse bisognerebbe avere maggiore autorevolezza e un briciolo di credibilità: e il disorientamento che ne è seguito, da parte della Gelmini, è stato uno spettacolo che stringe il cuore.
L’atteggiamento del Governo, fin dai primi passi, è stato molto chiaro: dal punto di vista cosmetico-pubblicitario offrire segnali rassicuranti e populisti (dall’abolizione dell’ICI alla Robin Hood tax all’affaire Alitalia…), mentre dal punto di vista pragmatico compulsare il librone dei conti per decidere che tagli operare, usufruendo del mezzo più diretto: servendosi cioè, non a caso, di decreti per non por tempo in mezzo – viste anche le proporzioni dei numeri nei due emicicli – e dunque, nei fatti, negarsi a prescindere a una più ampia dialettica parlamentare. Come se a questo bastasse il montare di un consenso tanto pubblicamente ostentato quanto, a giudicare dalla situazione e dalla gravità dei problemi in atto, a dir poco effimero.

Ma questo, come ormai è chiaro, rientra nella strategia del Miliardario ridens, secondo il quale il dialogo è un’opzione come un’altra, buona all’occorrenza ma subito rigettata se il confronto diviene aspro e di conseguenza si verifica qualche turbativa sulla via, asfaltata di nuovo, delle magnifiche sorti e progressive del centrodestra.
Gli Italiani hanno la memoria corta, com’è noto, e forse non ricordano – nei toni e nei temi – in cosa consistette l’opposizione dell’opposto schieramento al passato governo Prodi: quel che ieri appariva scellerato oggi è ragionevole, quel che era inutile oggi è necessario, e quelle manifestazioni che ieri testimoniavano il malcontento dell’Italia oggi sono solo la prova di un centrosinistra diviso e inaffidabile.
Non ci vuol molto a comprendere che il nostro è un Paese a crescita zero, impantanato in dinamiche economiche recessive e che, a colpi di decreto le cose cambiano, certo, ma non si riformano. Parlare di riforme, come quella della Scuola in questa situazione (è stato da voci ben più autorevoli della mia sottolineato), è risibile oltre che falso. Queste sono "riforme" piovute dall’alto e generate solo dalla necessità di risparmiare, che nulla hanno a che vedere con le esigenze reali dei cittadini (una Scuola pubblica libera e davvero meritocratica, perché tutti siano virtualmente uguali e abbiano le stesse possibilità di emergere e di far valere i propri talenti), ma che riproducono stancamente l’antica logica della sopravvivenza in cui tutto si riduce al "quanti soldati abbiamo e dove sono dislocati".

Vizi privati e pubbliche virtù. La musica non cambia: con quale credibilità si può parlare di meritocrazia in un Paese che alla meritocrazia non crede, che non crede negli outsiders e nel dialogo, imprigionato dalle logiche delle corporazioni e delle lobbies, e dove guardacaso lo stesso ministro ha affrontato gli esami nella sede più chiacchierata d’Italia, dove si parla di riforma della Scuola senza che – non dico Baumann… – ma non è stato consultato un solo pedagogista né alcuno degli addetti ai lavori…
Una dichiarazione come quella del ministro Gelmini sul fatto che il 97% delle uscite concernenti la Scuola grava sugli stipendi  di insegnanti – sia detto per inciso socialmente poco riconosciuti e fra i meno pagati d’Europa – è sintomatico del punto di vista scelto per guardare ai problemi. Visto che siamo qui a discutere dell’efficacia formale di grembiuli, voto in condotta e altre amenità, potremmo cominciare col dire che in Europa ogni insegnante ha la sua aula e non è lui che deve recarsi nelle diverse classi, e che quel 3% residuale di cui sopra, a voler tacere dell’edilizia scolastica, non è sufficiente a pagare le fotocopie predisposte per i compiti in classe e a offrire lavagne e banchi più moderni di quelli del dopoguerra.
Ma il problema è ancora più a monte: giacché si richiede alla Scuola, senza offrire mezzi e da ora anzi riducendoli ulteriormente, di rispondere a tutte le domande che una società sempre più sbilanciata e frammentaria pone con sempre maggiore evidenza ai ragazzi e alle famiglie. Dove l’informazione cresce esponenzialmente a scapito della conoscenza e di quella diversa specificità dei saperi che, in un mondo terziarizzato, si fanno sempre più necessari.

Quello che mi ha colpito degli slogan ascoltati in strada è stato il livello di riproducibilità tecnica: in gran parte infatti si trattava di slogan riadattati dalle curve da stadio: è questo, forse, il senso di una osmosi sempre più stratificata e complessa fra una dimensione del sociale esposta e sempre meno perimetrabile e una politica sempre più marginale e arroccata, fatta di trucchi con le carte e con lustrini che distolgono l’attenzione dai problemi reali.
Seppure in un’epoca di leaderismo, sarebbe tuttavia un grave errore spostare il baricentro del confronto interno al Partito democratico e al centrosinistra, sul modello berlusconiano. Può darsi che, di fronte a una legge sbagliata sia giusto e opportuno ricorrere al referendum; ma resto convinto che sia ancor più necessario riempire di contenuti i vuoti contenitori-decreto del centrodestra, fare le leggi piuttosto che abrogarle e battersi per un consenso sempre più esteso.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 30 ottobre 2008
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