Datemi le parole e vi solleverò il mondo

Vittorio Di Mattei, vent'anni al servizio della lingua di Dante e di chi vuole impararla. Il maestro, insegnante di italiano agli stranieri, premiato oggi a Palazzo Gilardoni

L’uomo che oggi il Comune di Busto Arsizio ha premiato per il suo ventennale impegno è un po’ una mosca bianca in una terra che guarda allo straniero con sovrana diffidenza. Vittorio Di Mattei (foto) nell’altro ha sempre visto l’opportunità prima che il problema. Tanto da dedicarvi fruttuosi anni spesi presso le scuole Manzoni nell’insegnamento agli stranieri della lingua italiana, un passo fondamentale per trasformare un inserimento difficoltoso in un principio di integrazione in una società nuova e differente  rispetto a quella di provenienza.
La lingua è importante, definisce chi sei, apre tutte le porte. Se sapere l’inglese ti fa cittadino del mondo (almeno nei luoghi turistici), parlare l’italiano aiuta a superare molte barriere, a rompere il ghiaccio. Una necessità. «Lo è» conferma Di Mattei, «più che mai oggi. È però, lo devo dire, una necessità cui a livello lcale si è prestata poca attenzione. Lo Stato si era mosso: nell’89 con il Provveditorato agli studi creando la scuola, su proposta del direttore Zani, un amico che aveva capito che eravamo a un fenomeno ineludibile; e nel ’97 con la legge che creava i Centri Territoriali Permanenti per l’educazione degli adulti, italiani e non. Cominciai con soli due iscritti, poi la cosa ha funzionato sempre più. Nel 2008/2009 con la mia collega abbiamo raggiunto 350 iscritti. Almeno 2000-2500 persone sono passate per la nostra scuola: ora abbiamo tre insegnanti titolari, siamo aperti dalle 9 alle 20 con attività anche il sabato e la domenica». «Il maestro Di Mattei ha qualche credito nei confronti della città» riconoscerà il sindaco Farioli, ricordando anche il premio tributato l’anno scorso alla giovane albanese-sinaghina Flavja Shega, simbolo di integrazione e impegno negli studi. E il maestro non si tira indietro: «Dal Comune di Busto Arsizio non si è visto molto: un finanziamento per sostituire materiali di consumo, un intervento di ristrutturazione di spazi, ma in seguito mai un contatto formale, una proposta di attività congiunte, nulla». È mancato il confronto, insomma? «Sì» conferma Di Mattei. «È prevalso il silenzio in questi anni, non c’è stata l’attenzione che il tema meritava. A mio parere il Comune su questo aspetto ha perso un’occasione: sarebbe stato bello ad esempio tenere dei corsi sulla Costituzione». E perchè no, consegnarla ai nuovi cittadini come si fa per i diciottenni.

Ma questi stranieri bisognosi di apprendere la lingua sono cambiati in vent’anni? «No, loro sono più o meno gli stessi. Vengono dal Marocco come dalla Cina o dal Perù, vanno dall’analfabeta al laureato. Ciò che è cambiato dal 1989 ad oggi è il loro atteggiamento in relazione all’accoglienza che ricevono nella società italiana. Allora venivano da me con un sorriso da un orecchio all’altro: c’era lavoro, c’era una prospettiva di inserimento, di vita nuova. Oggi quel sorriso non c’è più: è sparito. Hanno paura, questa è l’amara verità. Conosco molti stranieri in attesa di regolarizzazione: vivono nell’angoscia. Ormai temono chiunque porti una divisa, incluso il controllore del bus… Come fa con le nuove normative chi ha un lavoro saltuario, chi non ha una casa sua, perchè nessuno vuole affittare a stranieri (se non in nero, ndr)? A queste cose si lega il permesso di soggiorno». E se qualcuno voleva rovinare la vita a questa gente, be’, c’è riuscito perfettamente. Senza fare un baffo ai criminali, s’intende: quelli se la ridono comunque. O ai disperati che continuano ad arrivare a carrettate. «Paura o non paura, comunque, l’immigrazione non si ferma: è nella storia d’Europa, popoli vanno e vengono. E oggi la natalità anche di questa zona è sostenuta più da chi è venuto a noi da lontano che dagli italiani "doc"». 

Oggi si parla, da parte di forze che comandano da Busto a Roma, di introdurre gli esami di dialetto. Cosa ne pensa chi insegna la lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio? «Io sono romano di origine, ma capisco e leggo il bustocco, così come capisco e leggo il romanesco. Non li parlo, però: in gioventù, era segno di distinzione parlare l’italiano, e così sono stato cresciuto». Oggi non è detto: il pendolo sembra andare in direzione contraria. «Tengo a precisare che il dialetto mi piace, e quando ero giunto qui da pochi anni andavo volentieri a seguire i Legnanesi o le letture di testi e poesie di Giavini. Sono dell’opinione che il dialetto vada usato e non imposto, sfruttando le occasioni culturali: il teatro, la biblioteca, e non solo. Ma va anche detto che come idioma limita la comunicazione ad un’area ristretta, a differenza della lingua. I dialetti sono tanti, e spesso l’un l’altro poco comprensibili: quale insegnare dunque? Al di fuori della cerchia locale, c’è la lingua nazionale. Al di fuori dei patri confini, l’inglese».

In vent’anni di insegnamento, chiediamo infine, cosa ha imparato Vittorio Di Mattei? «Gli stranieri mi hanno insegnato come insegnare, ad evitare una scuola rigida, a fare una scuola che risponda al bisognio di cultura qui e ora, non domani o quando si enterà in graduatoria. Una scuola come centro di autoapprendimento guidato. Poi ho avuto la più grande fortuna possibile nella vita. Ho fatto il giro del mondo stando a casa mia. Non certo con un’agenzia viaggi che ti trascina qua o là, ma con la cultura, le persone, le parole, le fedi, il cibo. Chi mai ha potuto apprendere tanto a casa propria, e per giunta pagato per farlo? Di centodue nazioni del mondo ho appreso costumanze, tradizioni, storia e cultura. A tavola con i miei allievi ho assaggiato piatti di ogni cucina, dal Sudamerica al Giappone passando per il Medio Oriente e l’Africa. Il mio giro del mondo è avvenuto, sì, in buona parte proprio a tavola, chiacchierando». Scoprendo la comune umanità dell’una e dell’altra parte, l’altro in sè e come parte del tutto. E insegnando, in purissima lingua italiana, che siamo sempre "nel mezzo del cammin di nostra vita". A volte, quel cammino parte davvero da lontano.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 08 settembre 2009
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