Emigrazione e democrazia

"I nostri lavori dovrebbero tener conto di due necessità fondamentali:
1) il consolidamento dell’amicizia tra le varie nazioni, che nel mondo occidentale sono già vincolate da accordi spontaneamenti sottoscritti al fine di realizzare un programma di difesa collettiva ed altri programmi di collaborazione economica e sociale;
2) la difesa solidale della difesa e della libertà da parte di tutte le nazioni dell’Occidente, attraverso collaborazione e comprensione reciproca.
Perché si possa pensare allo stesso modo, occorre avvicinare, per quanto possibile, le posizioni di ciascuno, nel senso che se non proprio tutti, almeno taluni diritti fondamentali siano riconosciuti a tutti.
Ora è fuori dubbio che esiste la possibilità, specie con gli attuali progressi della tecnica, di dare a tutti gli uomini la libertà più elementare che è quella di vivere del proprio lavoro e di vivere anche quando gli anni e le infermità rendessero il lavoro impossibile.
Ma fermandoci al primo punto, sarebbe da chiedersi: quanti sono gli esseri umani idonei al lavoro, ma che lavoro non hanno, solo perché la società non è riuscita ad affrontare e risolvere questo fondamentale problema di collaborazione fra i popoli? Esistono nel mondo occidentale terre, beni e mezzi, ed anche volontà, per assorbire questo numero ancora indeterminato di idonei al lavoro, ma che lavoro non hanno? Sono convinto che affrontare questo problema significa affrontare in radice una buona parte delle cause che determinano esasperazione nell’animo umano e che, a lungo andare, risescono a fomentare, direi inevitabilmente, uno spirito di ribellione una ricerca di "novità"; tale stato di cose provoca l’adesione a concezioni politiche che non sono condivise dalla stragrande maggioranza delle popolazioni occidentali, integrate attivamente nel mondo del lavoro e, quindi non assillate da quell’esasperazione.
Noi riteniamo e sosteniamo che sia non solo lecito, ma utile a tutta la comunità del mondo libero, esortare quelle nazioni che possiedono beni potenziali a consentire che parte di questi beni siano messi in valore da uomini che vivono in paesi dove tali possibilità sono scarse o mancano del tutto. Ed infatti, gli emigranti non hanno forse contribuito (ed in quale misura!) alle prosperità delle nazioni che li hanno ospitati".
Dal discorso di Carmine De Martino pronunciato a Ginevra il 13 novembre 1959 alla XI sessione del Consiglio del CIME (Consiglio intergovernativo per le Migrazioni Europee).
Il sottosegratario agli Esteri del secondo Governo Segni non era certo un "progressista". Il suo discorso riguardava gli italiani come popolo migrante, e le politiche che chiedeva erano quindi rivolte ai nostri compatrioti costretti a lasciare l’Italia per cercar lavoro.
A distanza di 50 anni esatti, ci dice qualcosa?

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 27 settembre 2009
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