Ho sconfitto il cancro e sono tornato a vivere

A 13 anni Paolo scopre di avere un osteosarcoma a un ginocchio. È un tumore tra i più aggressivi e nella migliore delle ipotesi ti amputano la gamba. Lui reagisce e dopo un'operazione e una massiccia chemioterapia ritorna alla normalità. In questa intervista racconta le sue emozioni e le sue speranze

«Ho avuto paura in questi mesi. Paura di non farcela, paura del dolore, paura di perdere la gamba… Ma ho imparato a pensare positivo, a tenere duro, a non mollare mai. È con le mie gambe che andrò incontro alla vita. Meno spericolato, certo, e con il sostegno di tutti quelli che in questi mesi mi sono stati vicini. Ma con le mie gambe».
Si chiude con queste parole il libro di Paolo Crespi, Vado a farmi la chemio e torno. Paolino ha vinto una partita importante, la più difficile, la più terribile.
A 13 anni ha scoperto di avere un tumore al ginocchio. La fine della sua estate, prima di iniziare la terza media, diventa un incubo.  È il 31 agosto del 2008 e la sua vita all’improvviso cambia. Il giorno prima, dopo aver accusato dei dolori al ginocchio, entra all’ospedale di Tradate e dai controlli emerge una situazione terribile. Lo spediscono d’urgenza a Milano, all’Istituto nazionale per i tumori. «Per la prima volta entro in ospedale dove ci sono molti bambini senza capelli che camminano attaccati a un tubicino collegato a un flacone, le pompe della chemioterapia. Per la prima volta sento parlare di «osteosarcoma», un tumore maligno molto aggressivo. Non so cosa mi stia succedendo, mi sento come dentro un vortice, tutto mi gira intorno. Piango terrorizzato con mamma mentre papà è nell’ufficio a parlare con una dottoressa che mi ha visitato».
Inizia così la lunga avventura di Paolo. Quattro interventi, una serie di cicli di chemioterapia, mesi di ricoveri, ma alla fine vince lui. Non dovranno amputargli la gamba e gli ricostruiranno il ginocchio. Lui ci scherza e, da quell’operazione, trova l’ironia per darsi anche un nuovo nome: Titan Paul.
Da metà ottobre decide di aprire un blog dove raccontare il suo dolore, la malattia, ma anche la speranza, la sua forza per uscire da quella battaglia. Da qui all’idea di pubblicare un libro di strada ancora ne deve fare, ma alcuni mesi dopo arriva la proposta dalla Rizzoli e inizia una nuova avventura che porterà il racconto di quell’anno sugli scaffali delle librerie all’inizio di settembre. Un libro, come scrivono Piercarlo e Rosanna, i genitori di Paolo, che non «ha la presunzione di essere di aiuto a tutte le persone colpite da un cancro. È solo la testimonianza semplice di una storia comune a tante altre. Da cui trarre, magari, un briciolo di speranza in più per superare li ostacoli della vita».
Parte del ricavato dei diritti di autore del libro sarà devoluto all’Associazione italiana per la ricerca sul cancro.
Paolo, un capitolo del tuo libro lo hai titolato «Faccia  faccia con il nemico». Come è andata?
«All’inizio è stato molto dura perché non ero mai stato all’ospedale. Pensavo che sarebbe stata una cosa di poco conto. Non avevo capito la gravità della questione».
E quando te ne sei reso conto?
«Quando ho iniziato a fare la chemio. Ho avuto molta paura. Stavo male e pensavo di non farcela. Poi guardando a quante persone stavano peggio di me ho reagito. In ospedale ho conosciuto anche le persone che non ce l’hanno fatta. Io invece sono ancora qui e con la mia gamba».
Come stai adesso?
«Bene. Sono guarito, cammino e da ieri vado a scuola da solo con il treno e poi l’autobus. Devo fare solo un controllo al mese. Mi spiace solo che non posso più giocare a basket»
Sei stato tanto tempo in ospedale. Che ricordi hai?
«A parte i momenti delle chemio e subito dopo le operazioni sono stato bene. All’istituto per i tumori si fanno tante attività. Si dipinge, cucina, gioca con il computer e altro. Anche gli spazi sono organizzati bene e si può stare con i genitori come si fosse a casa».
E con gli altri pazienti com’era?
«Bello. Ho fatto tante amicizie e ci sentiamo ancora. Filippo è stato il mio faro perché lui aveva la mia stessa malattia e quello che doveva fare lui poi lo avrei fatto anche io. Un altro a cui mi sono legato è Antonio, un siciliano di Belpasso. Lui ha 43 anni, ma mi faceva ridere e divertire tanto. Fa l’agricoltore e coltiva le arance. Lo vedrò anche in questi giorni perché torna a fare dei controlli a Milano».
In questi mesi hai dovuto rinunciare a tante cose tra cui giocare a basket, però hai avuto delle soddisfazioni proprio in questo campo…
«Si ho provato delle emozioni fortissime. Sono stato a trovare i giocatori della Cimberio e sono stato con Galanda. Loro mi hanno preparato la maglia ufficiale con il mio nome e il numero 18 che è quello che usavo io quando giocavo. Poi la sera della vittoria che ha riportato Varese in serie A1 sono stato negli spogliatoi con la squadra e Galanda e Childress mi hanno regalato le loro scarpe autografate. Ho messo la foto nel libro perché per me averle è un sogno ».
Hai conosciuto anche Fabrizio Macchi…
«Si anche se è stata una cosa di corsa, molto di corsa. Mio papà gli aveva scritto e l’ho incontrato al termine di una gara e abbiamo parlato pochi minuti. Lui ha vinto tanto ed è un esempio di cosa si può raggiungere con la forza di volontà».
Un’altra tua passione sono i Fichi d’India. Sei riuscito a conoscerli?
«No, sono stato a vederli, ma non ci ho mai parlato. Adesso però vado a scuola con il figlio di Bruno Arena e così magari qualche volta capiterà di incontrarlo».
A proposito di scuola, cosa fai adesso?
«Vado al De Filippi a Varese perché voglio fare il cuoco. Sono due anni che avevo deciso di fare questa scuola. Mi piace tanto cucinare».
E da piccolo cosa pensavi ti sarebbe piaciuto fare da grande?
«Tante cose. Avevo un libro con tutti i mestieri e così ogni sera cambiavo lavoro. Poi per un bel po’ volevo fare l’allevatore di cavalli così non serviva andare a scuola. Poi, come sempre fanno gli adulti, mia mamma mi ha smontato perché mi disse che tanto dovevo studiare lo stesso».
Non ti piaceva la scuola, ma come te la cavavi?
«Nè una cima, né una capra. Il mio punto debole è stata sempre la storia e i testi. Adesso mi sembra strano vedere il mio nome sul libro…»
Quali sono le tue passioni?
«La cucina e il basket».
E i sogni?
«Andare a cavallo. Quando ero piccolo non sono riuscito mai a salire perché avevo paura. Una paura strana perché pensavo mi volesse mangiare la mano con cui gli davo da mangiare. Adesso, per un po’ non potrò andarci perché con il ginocchio bionico è pericoloso. Ma ci proverò».
Tu hai una sorella di 17 anni, Alice. Andate d’accordo?
«Insomma… una lite unica. Litigavamo sempre per le stupidate tipo chi doveva usare il computer più nuovo, per il posto sul divano, il mangiare… Quando sono stato male però è stata bravissima e mi è stata vicino. Adesso ricominciamo a litigare, ma per gioco».
Come hanno vissuto la malattia i tuoi amici?
«All’inizio male anche loro perché erano spaventati, ma grazie anche a questa esperienza abbiamo legato sempre di più con ragazzi e ragazze di altre classi con cui non parlavo nemmeno».
Da quando in ottobre dello scorso anno hai iniziato a tenere un blog hai conosciuto tantissime persone come è stato?
«Strano, ma anche bello. Mi scrivevano da ogni parte d’Italia e sono venuti a trovarmi pefino due ragazzi dalla Sicilia per portarmi un vassoio di cannoli. Una cosa da non credere perché si sono fatti più di mille chilometri solo per conoscere me».
Questa notorietà come l’hai vissuta? Ti piace? Non hai il timore che possa falsare i rapporti?
«Non me l’aspettavo davvero. Ho iniziato a scrivere per me e un po’ per papà e mamma e anche per passare il tempo. Non mi piace la notorietà e dopo che è stato pubblicato il primo articolo su Varesenews sono arrivati tanti altri giornali. Il corriere della sera, Studio aperto, e anche El pais. Non ci avrei mai creduto. Qualche volta ho avuto la paura che tante persone mi cercassero solo perché ero malato, ma adesso che sto bene quelle amicizie continuano».
Con il blog hai trovato anche una fidanzata…
«Si Elisa di Torino. Ci siamo scritti tanto. Tanti sms e telefonate e ci siamo visti due volte ma poi è finita».
A proposito del blog, adesso che farai? I tuoi genitori ti tirano un po’ le orecchie perché dicono che "ora il tuo tempo lo impegni in altro modo che non sia racchiuso tra quattro mura, di una casa o di un ospedale". Vuoi smettere di scrivere?
«Non lo so. Ci sto pensando perché adesso devo pensare alla scuola e vorrei ricominciare a divertirmi e a fare le cose che non ho potuto fare quest’anno. Intanto uso Facebook e sto battendo mia sorella. Ho più del doppio dei suoi amici…».

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E con questa aria soddisfatta Paolo chiude questa lunga chiacchierata. Mostra il suo ginocchio bionico e la lunga ferita che è stata necessaria per introdurre la protesi interna. Ora deve sperare di non crescere tanto, ma di centimetri in altezza non ne ha proprio bisogno, sfiorando ormai il metro e ottanta. Resta sul divano a sorridere e giocare con il telefonino che, come per tutti gli adolescenti, è quasi un’altra protesi, quella che lo tiene attaccato ogni momento ai suoi amici. È consapevole di aver vissuto un’esperienza forte, che lo ha cambiato, ma il suo sguardo, la sua timidezza, i suoi occhi che si illuminano quando viene toccato da una domanda più provocatoria mostrano tutta la sua voglia di «normalità».
È contento di poter raccontare quanto ci sia bisogno della parola speranza per combattere ogni terribile malattia, ma oggi sogna di poter andare un giorno a cavallo e intanto sfida le comprensibili ansie e le paure dei suoi genitori volendo uscire di casa da solo, salire e scendere da un treno, un autobus e farsi un bel pezzo di strada a piedi per arrivare a scuola.
La sua sfida adesso è quella lì. Stare dietro ai fornelli e diventare cuoco e un giorno proporre ai clienti del suo ristorante «gli spaghetti alla girasole della nonna Giulia».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 16 settembre 2009
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