Il cancro non è più l’invincibile samurai

Il giornalista Gianni Spartà , prendendo spunto dalla storia di Paolo Crespi, racconta la storia che ha portato alla nascita dell'associazione «Varese per l'oncologia onlus»

Le magliette con la libellula bianca, le prime tessere, Daniele che si inventa lo slogan “Dona un aiuto a chi aiuta una vita”, i Fichi d’India che ci regalano una partita attori contro politici al Campus, il Distretto 51 che suona per noi al Politeama, i ricercatori licenziati di Gerenzano che scioperano al contrario: lavorando e destinando i loro stipendi alla nostra associazione. E poi una scena che mi porto nel cuore: una scatola di scarpe piena di monete da un euro consegnata alle nostre volontarie
da una donna all’uscita da un funerale. Ci aveva chiamato per dirci: «Questa l’ha lasciata mia zia, prima di morire: ci ha raccomandato di consegnarvela per aiutare i malati come lei».
Quando Marco Giovannelli ha telefonato chiedendomi una testimonianza su Paolo che “con le sue gambe” va incontro al futuro, mi sono tornate alle mente queste immagini, struggenti e stupende, e non altre, dolorose e cupe, sepolte, per legittima difesa, nel mio subconscio di padre.
Si riferiscono, queste immagini, alle esperienze di un’associazione nata a Varese cinque anni fa per le stesse ragioni che spingono Paolo e i suoi genitori a rendere pubblica una brutta storia a lieto fine, addirittura con un libro: il cancro non è più un invincibile samurai e se questo è vero, come certificano le statistiche delle guarigioni e delle sopravvivenze, ci vuole una mobilitazione generale per combattere la guerra fino in fondo. Come? Innanzitutto dimenticando l’epoca in cui quella parola, cancro, veniva evitata anche dai cronisti. Con scaramanzia e anche un po’ di ipocrisia ce la cavavamo scrivendo “un male incurabile, un brutto male”.
In secondo luogo partecipando alla crociata, non solo donando, ma donandosi. Ci guardiamo attorno in questa “metropoli in miniatura”, come diceva di Varese Guido Piovene, e ci rendiamo conto che siamo in molti ad aver gettato il cuore oltre l’ostacolo. Si dice: quante associazioni contro i tumori, troppe? Risposta: tante, allo stesso modo utili, ciascuna con una “mission”, nessuna uguale all’altra, tutte nella trincea del bene comune che s’identifica nell’impegno sociale a coinvolgere, stimolare, far riflettere una comunità sui valori di una battaglia giusta.
La sanità pubblica ha imparato a servirsi di queste risorse complementari, spontanee e gratuite: ciò che associazioni e fondazioni raccolgono finisce in un sistema di vasi comunicanti. Su un lato ci sono i destinatari, ospedali e centri di cura, sull’altro i benefattori, in mezzo uomini e donne di buona volontà che s’impegnano a garantire il successo del travaso e quando leggono l’intervista di Paolo ricacciano indietro lacrime e fanno un pieno di nuove energie.
Mesi fa celebrammo con un convegno divulgativo più che scientifico i primi cinque anni di “Varese per l’oncologia” invitando un illustre clinico a descrivere le nuove frontiere dei trapianti di cellule staminali sullo scacchiere della lotta a certi tumori. La platea s’entusiasmò quando sul palco salì un paziente, un noto professionista, e raccontò come, anche lui come Paolo, aveva sconfitto la malattia ricevendo nell’ospedale cittadino cure possibili in virtù di un’iniziativa sostenuta e finanziata dalla nostra associazione. Parlò con la stessa grinta, lo stesso coraggio, la stessa voglia di vivere di Paolo. E’ la grande sfida della speranza: continuiamo ad alimentarla.        

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 17 settembre 2009
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