Mario Calabresi: “La mia vita segnata dal terrorismo”

Il commissario Luigi Calabresi fu assassinato nel 1972. Suo figlio è oggi il direttore de "La Stampa". Ai diplomati con il massimo dei voti delle scuole superiori bustesi dice: "Studiate con la vostra testa, non fatevi fregare di chi propone ideologie e violenza o incita allo scontro"

«Mi fa piacere che vi regalino il mio libro, perchè tratta di un periodo della nostra storia che a scuola difficilmente si studia, è troppo vicino a noi». Così Mario Calabresi, direttore de "La Stampa", si presenta ai migliori studenti delle scuole superiori di Busto Arsizio, i diplomati da "cento" e "cento e lode". È nel segno della memoria il suo appello ai giovanissimi, lui ancora giovane con i suoi 39 anni (folgorante la sua carriera, in un Paese affetto da gerontocrazia incurabile). Il figlio del commissario Luigi Calabresi, dell’uomo che fu bersaglio dell’odio della sinistra, armata e non, dopo la tragica fine dell’anarchico Giuseppe Pinelli volato da una finestra della Questura di Milano, e che finì assassinato (da Lotta Continua, secondo sentenze molto discusse), non fa sconti a correttezze politiche, storicizzazioni o equilibrismi. Ne ha facoltà.
«Gli anni Settanta furono segnati dal terrorismo, è importante ricordarli perchè non torni la tentazione di pensare che la violenza, l’eliminazione fisica degli avversari, possa diventare strumento di lotta. È in quegli anni degenerò la richiesta di cambiamento politico». Non è difficile procurarsi libri che trattino del periodo: «Nelle librerie se ne trovano un sacco, ci ho passato una vita cercando di capire. Quasi tutto ciò che si è pubblicato, tuttavia, sono memorie di ex terroristi: e non è sano che manchino altre voci. Non voglio mettere a tacere nessuno» premette Calabresi: ma la verità va raccontata tutta, da tutti i punti di vista. «Volevo mostrare l’altra faccia del terrorismo. Negli ultimi anni Renato Curcio è andato a fare delle conferenze, dei ragazzi gli hanno persino chiesto l’autografo! Allora ho deciso di raccontare l’effetto del terrorismo su chi lo subisce. Così ho scritto la storia della mia famiglia. Quando papà fu ucciso io avevo due anni, mio fratello più piccolo un anno, un terzo è nato postumo; mia mamma, incinta, aveva appena 25 anni».

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«Non c’è stato nulla di romantico in quegli anni» mette le cose in chiaro Calabresi. Del resto è noto che le mani erano sporche di sangue, a destra come a sinistra. Là servitori infedeli dello Stato e "menti raffinatissime" architettavano strategie della tensione e mettevano volutamente di mezzo innocenti, in tutti i sensi; qua non si scherzava quanto a faziosità e violenza gratuita e assurda, inseguendo confusi sogni rivoluzionari da cui gran parte della stessa sinistra rifiutò di farsi abbindolare. «Nel mio libro c’è la storia del dottor Luigi Marangoni, che dirigeva il Policlinico di Milano» racconta Calabresi per fare un esempio drammatico e chiaro. Una vicenda quasi di mafia per come si svolse. «Era padre di famiglia, i figli erano liceali. Nel suo ospedale c’erano infermieri legati ad Autonomia Operaia che facevano sabotaggi, più volte staccarono la spina del frigo che teneva il plasma, rendendolo inutilizzabile per le trasfusioni in sala operatoria. Marangoni indagò su questi gravi fatti, poi quattro infermieri gli indicarono i colpevoli. Lui andò dritto da loro e gli disse: per ora chiudo gli occhi, ma alla prossima dovrò denunciarvi». Dovette denunciarli ai carabinieri, perchè non se ne diedero per intesi, proseguendo con altri sabotaggi. Due giorni dopo un commando terrorista "gambizzò" i quattro "infami" che avevano parlato. Marangoni intanto prese le sue precauzioni, tra minacce varie. «Finchè una notte svegliò la futura vedova, e le disse: so che resterete soli, ma cosa dovevo fare? Lasciare che non funzionasse la sala operatoria? Il 17 febbraio 1981 fu assassinato a pistolettate sotto gli occhi della moglie, al balcone. Lei riuscì a correre fuori in vestaglia, e a chiudergli gli occhi».
C’era qualcosa di romantico in questi assassinii a sangue freddo? No. «È tutta qua la storia del terrorismo» liquida Calabresi. Violenza cieca, dalle conseguenze devastanti per tante famiglie. Da qui anche l’invito rivolto ai "bravissimi" delle scuole bustesi, pronti ad affrontare l’università e il lavoro: «Studiate con la vostra testa, non fatevi fregare da chi propone ideologie, violenza, o una società che incita allo scontro».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 08 settembre 2009
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