“Per noi quando muore un collega, muore un fratello”

Strage di parà a Kabul: il dolore dei militari del comando del corpo di reazione rapida NATO, molti rientrati dall'Afghanistan appena a fine luglio. Un conflitto che si rinfocola e non sembra vavere fine

I lutti della guerra colpiscono ancora una volta l’Esercito, e anche alla caserma Mara il dolore è grande. La storica sede solbiatese delle forze armate ospita il comando del Corpo di reazione Rapida NATO a guida italiana (NRDC-IT): a causa della sua posizione di forza internazionale, i vertici del comando non possono esprimersi ufficialmente senza specifica autorizzazione dello Stato Maggiore. Ma fra ufficiali esoldati che sono in buon parte tornati dall’Afghanistan appena nel luglio scorso (dal 24 al 30) il colpo della morte violenta di sei commilioni, straziati da un’autobomba a Kabul, è stato sentito.
«Per noi quando muore un collega è come quando muore un fratello» dice a mezza voce il colonnello Francesco Cosimato, a capo dell’ufficio stampa del comando. E se due mesi fa aveva addolorato tutti la morte del caporale Alessandro Di Lisio, sempre della Folgore, la perdita di sei parà italiani in un singolo atto di guerra della guerriglia islamista è paragonabile solo alla strage di Nassiriya. «Siamo emotivamente coinvolti, non posso dire di più: i nostri sentimenti sono quelli di chi è colpito negli affetti più cari». Ben 150 ufficiali di staff del comando solbiatese erano a Kabul fino alla fine del luglio scorso: giunti sul finire dell’inverno, avevano dato il cambio ai colleghi turchi (particolarmente indicati, se non altro per ragioni culturali, ad operare in un contesto simile) e sono stati poi sostituiti da quelli del corrispondente corpo di reazione rapida misto tedesco-olandese. Al momento in Afghanistan si trovano ancora militari del primo reggimento trasmissioni, ma spiega Cosimato, vi sono in veste di componente puramente nazionale, non NATO (si opera una distinzione tra le forze proprie dell’Alleanza Atlantica e quelle delle nazioni componenti). Il personale del comando è di fatto al completo in patria, ma la preoccupazione per una situazione che sta degenerando è palpabile.

I Talebani, legati al regime che governò con estrema durezza e fanatismo gran parte del paese dal 1996 al 2001, portando un relativo ordine pagato con il terrore, l’oscurantismo e la più abietta oppressione delle donne (anche per le più severe regole islamiche), alzano dunque il tiro. Contro gli italiani, occupanti in fondo fin qui non particolarmente malvisti neppure dagli orgogliosi afghani. Mentre ancora non si trova traccia di Osama bin Laden, ricercato dal 2001 e dato da molti per morto, l’invio di truppe fresche voluto dal presidente americano Obama annuncia una fase ancora più calda del conflitto. L’America è ostinata nel perseguire la lotta con la massima energia. ora che in Iraq la situazione appare in qualche misura meno grave. E colpi "politici" più che militari, mirati a saggiare la volontà degli alleati, possono essere una risposta pronta da parte talebana, ma anche un segno di debolezza, o un tentativo di sfuggire alla pressione. Le forze italiane sono state oggetto di un crescendo di attacchi in questa lunga e calda estate degli altipiani afghani. Uno stillicidio culminato oggi in un atto gravido di conseguenze, in cui ancora una volta non si è esitato a mandare alla morte per la causa un volontario, un kamikaze, pur di trascinare all’inferno le famiglie di ventuno vittime, quindici civili afghani e sei italiani. Una goccia nel mare di sangue di una guerra che da trentuno anni, dal 1978, sconvolge una terra senza pace.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 17 settembre 2009
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