Salva un bambino e avrai salvato l’umanità

La nuova pediatria dell’ospedale di Mutoyi è stata finanziata dalla Banca di Credito Cooperativo di Busto Garolfo e Buguggiate e costruita grazie all’aiuto della gente del Varesotto e dell'Alto Milanese

A dare ascolto alla cartina geografica, il Burundi è un paese lontanissimo: infognato sotto l’Equatore, incastrato e quasi nascosto – per quanto è piccolo – tra il Ruanda, la Tanzania e il Congo, là dove l’Africa è nera per davvero e di bianco ci sono solo i sorrisi dei bambini. A dare ascolto alla nostra informazione e alla nostra quotidianità, il Burundi è ancora più lontano: praticamente non esiste. Se n’è parlato di sfuggita qualche anno fa, quando migliaia di morti ammazzati in una guerra civile feroce e spietata facevano timidamente rumore, per poi dimenticarcene frettolosamente, che le nostre coscienze amano sfamarsi solo di belle notizie per sentirsi tranquille.
A volte però succedono cose o si incontrano persone che hanno il potere di azzerare le distanze, avvicinando come d’incanto paesi, culture, volti. Ed ecco che allora il Burundi diventa vicinissimo, quasi dietro l’angolo, una presenza pesante capace ronzare e pungere quasi come le zanzare che nella notte umida di Bujumbura non ti lasciano dormire.
Ed ecco che il racconto di un viaggio diventa la storia meravigliosa di un popolo che sta provando a risollevarsi, di bambini che nonostante tutto proprio non riescono a smettere di sorridere, di uomini e donne che spinti da motivazioni personalissime e diverse hanno scelto di mettere la propria vita a disposizione degli altri. Laggiù, in un paesino talmente piccolo che si fa fatica a trovarlo sulla cartina, dove le foreste profumano di eucalipto e i banani regalano frutti dolcissimi, dove il Nilo nasce e inizia il suo viaggio pieno di fascino e di storia, dove l’orgoglio della gente e le urla dei giochi dei bambini significano voglia di futuro.
 
LA PEDIATRIA
Calda, colorata, rumorosa: uno che non l’ha mai vista, l’Africa se la immagina così. Quello che invece colpisce tutti, non appena si aprono le porte dell’aereo, è l’odore: un odore forte e penetrante che non se ne andrà più via, che all’inizio dà fastidio, dopo un po’ è piacevole, e alla fine ti si attacca addosso e non riesci più a farne a meno. Un odore che una volta che si è partiti manca terribilmente, chiaro sintomo di quel mal d’Africa che colpisce implacabile tutti quelli che hanno la fortuna di vivere in pieno il Continente Nero. Si va giù in Burundi perché c’è una festa da celebrare: la nuova pediatria dell’ospedale di Mutoyi, missione che dista dalla capitale Bujumbura tre ore di strada fatta di buche grosse come crateri, è pronta e deve essere inaugurata. È una pediatria che profuma tanto di casa nostra, interamente finanziata dalla Banca di Credito Cooperativo di Busto Garolfo e Buguggiate e costruita grazie all’aiuto della gente del Varesotto e dell’Alto Milanese.
C’è bisogno di andarle a vedere certe cose, per rendersi conto di cosa significhino veramente. Varcare il cancello dell’ospedale di Mutoyi significa attraversare un confine ideale e sottilissimo tra il morire e il sopravvivere, tra l’arrendersi e il farcela. Una pediatria da settanta posti letto, una maternità che ogni anno fa nascere tremila bambini, un dispensario dove ogni giorno vengono a farsi curare più di mille persone: sono numeri freddi, che letti sullo schermo di un pc vogliono dire poco o nulla. Numeri che si trasformano in pugni sul volto, di quelli che fanno male e si ricordano per tutta la vita, quando diventano una realtà spiattellata davanti e toccata con mano. Gli occhi di un bambino che ti fissa mentre sta morendo sono qualcosa che ti entra dentro e non se ne va più, che ti lascia intontito e silenzioso per un paio di giorni a fare i conti con la tua coscienza. Ma gli occhi di un bambino che sta guarendo riescono ad avere un potere ancora più grande, perché sorridono e raccontano tutta la loro voglia di futuro, e ti fanno credere che il mondo sia un posto meraviglioso, nonostante tutto. La pediatria di Mutoyi è piena di occhi come questi, dove andare a fare il pieno di ottimismo: e quella targa all’ingresso messa lì a ricordare che a costruire tutto è stata la Bcc insieme alla gente di queste zone, ci permette di essere infinitamente orgogliosi.
 
CHE FARE?
Sembra un paradosso. Andare a cercare motivi per essere ottimisti in un paese come il Burundi dove la povertà è totale, i bambini sono vestiti di stracci e ogni giorno si muore di fame o di malaria. Scovare dietro lo sguardo di un bambino o al sorriso sdentato di un vecchio la forza per andare avanti in un modo diverso. L’Africa è vicinissima, è qui dietro l’angolo, e a Mutoyi la gente ha la possibilità di immaginarsi il futuro lasciandosi dietro anni di guerra civile e massacri talmente disumani che la nostra mente si rifiuta di accettare. Una possibilità vera, una speranza diversa rispetto a quella di chi è costretto ad affrontare viaggi disumani e mortali attraverso il deserto per salire su un gommone malconcio e tentare una traversata. Per essere poi rispediti indietro senza troppi complimenti da governi incapaci di accogliere, buoni invece a lavarsi mani e coscienze con dei rimpatri che puzzano di omicidio.
Questa possibilità c’è, esiste ed è concreta grazie a uomini e donne che hanno scelto di condividere la propria vita mettendosi a disposizione degli altri: chi mollando tutto per partire e andare in Burundi, chi chiudendo in un cassetto la sua laurea per andare a fare tutt’altro in un paese misterioso e affascinante. Chi restando in Italia e prestando da qui la sua opera, preziosissima, di militante silenzioso. C’è un’associazione che ha sede vicino a Rozzano e si chiama Vispe (www.vispe.it), fatta di persone specialissime nella loro disarmante semplicità e senza il Vispe, senza l’opera di quanti restano in Italia, la pediatria di Mutoyi chiuderebbe domani mattina. Il Vispe lavora, opera in Burundi ma anche in Nepal e in Brasile, entrando in punta di piedi nei cuori della gente e insegnando loro a camminare sulle proprie gambe, senza imporre nulla. Il Vispe porta avanti con coraggio i suoi progetti, dall’ospedale di Mutoyi fino alle casupole di Arame in Brasile passando per le baracche di Pokhara in Nepal, e ha bisogno dell’aiuto di tutti quanti. Veniteci a trovare: qui, la porta è sempre aperta.

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Pediatria di Mutoyi 4 di 8
di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 07 settembre 2009
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