Ammalati di “individualismo”

Di fronte alla crisi economica l'Italia ha un disperato bisogno di normalità sociale e di rilanciare l’economia, partendo dal settore produttivo

È passato oltre un anno da quando le immagini del fallimento della Lehman Brothers hanno dato una concreta visibilità globale ad una situazione di crisi che fino ad allora si pensava potesse rimanere arginata nel perimetro del sistema finanziario americano più spregiudicato.
Gli eventi dei giorni immediatamente successivi – con grandi istituti di credito e importantissime compagnie di assicurazione lasciate fallire o salvate a prezzo di affannati e dispendiosi interventi pubblici – hanno tolto ogni illusione sulla natura di una crisi finanziaria di dimensioni inaudite e per molti aspetti non conosciute e sul pericolo di un rapido contagio dell’economia reale.
Il nostro Paese ha attraversato quella fase con modalità non dissimili ma abbastanza diverse rispetto ad altre nazioni europee: in particolare, il mondo della finanza e il sistema bancario hanno sicuramente sofferto la situazione contingente, ma non hanno mai dato la sensazione di essere sull’orlo del collasso.
Il passaggio della crisi dalla finanza all’economia reale non è invece avvenuta, come si era pensato in un primo tempo, gradatamente ( non a caso si ragionava di sgocciolamento … ) ma con modalità e tempi talmente rapidi da rendere sostanzialmente impraticabile ogni ipotesi di misure preventive.
Il primo settore economico a entrare in sofferenza è stata l’edilizia, penalizzata dalla naturale stretta creditizia e dalla dilatazione dei tempi di erogazione del credito che è seguita all’esplosione della crisi finanziaria.
Quasi subito dopo in difficoltà è entrato il comparto manifatturiero, con modalità tanto repentine da far dire “è come se qualcuno avesse improvvisamente spento la luce” a uno dei tanti imprenditori che, da una settimana all’altra, si sono trovati a passare dai problemi legati alla organizzazione dei turni di lavoro per soddisfare la produzione richiesta alla mancanza di ordinativi.
Oggi è certamente possibile affermare che Istituzioni e tessuto imprenditoriale – Associazioni di rappresentanza incluse – sono stati colti di sorpresa e hanno palesato una totale impreparazione rispetto al rapido evolvere in negativo della situazione.
Basti pensare che nell’anticipo a Luglio 2008 della legge finanziaria erano previste misure di incentivazione del lavoro straordinario e un prelievo fiscale aggiuntivo per il sistema bancario per comprendere quanta poca attenzione si fosse data ai nuvoloni che già allora incombevano su economia e società dei Paesi industrializzati.
La cura dei sintomi: il sistema del credito
Dal momento in cui ci si è resi conto che la crisi era pesante, reale e tutta da scoprire nel suo svolgimento si è proceduto curando i sintomi.
Si è subito cercato di mettere in sicurezza il sistema bancario – di cui si ignorava e probabilmente ancora oggi non si conosce a fondo l’effettivo livello di rischio – lavorando su forme di garanzia ( i cosidetti Tremonti bond, per altro poco utilizzati nella prima fase e oggi disdegnati dai principali Istituti di credito nazionali ), sistema bancario che non ha per altro risposto con la responsabilità sociale che era lecito attendersi dal momento che ha praticato e sta praticando una politica di selezione e di restrizione dell’accesso al credito e che ha scaricato quote consistenti del suo rischio d’impresa sui Consorzi Fidi che, in Lombardia, nei primi cinque mesi del 2009, hanno mediamente registrato incrementi della loro operatività nell’ordine del 30 %.
Il credito rimane un problema anche oggi che le Banche sembrano aver riacquistato sicurezza e non solo per le imprese che nel frattempo si sono trovate alle prese con il crollo degli ordinativi : lo è anche perché il tessuto imprenditoriale negli ultimi anni si è parcellizzato ulteriormente, refrattario a ogni incentivo verso forme di aggregazione e perché nel frattempo gli Istituti di credito hanno avviato e realizzato una politica di concentrazioni utile magari per reggere la concorrenza internazionale sul piano finanziario ma disastrosa per il mantenimento di quel rapporto interpersonale che nel nostro Paese aveva garantito – con il supporto dei Consorzi Fidi – liquidità a tante micro e piccole imprese.
In Lombardia, a riprova della complessiva impreparazione a affrontare situazioni nuove e diverse, abbiamo dovuto registrare l’assurdo di nove lunghi mesi di attesa per fare partire – e nemmeno a pieno regime – Confiducia. Non è un grande risultato di cui una delle regioni più importanti d’Europa possa menar vanto.
Gli ammortizzatori sociali
Il crollo degli ordini e della produzione ha posto, da subito, il problema di come finanziare il sistema degli ammortizzatori sociali.
L’incremento esponenziale del ricorso – anche preventivo – da parte delle imprese alle diverse forme di cassa integrazione e dei contratti di solidarietà richiedeva, richiede e richiederà certezza di risorse disponibili e tempestitivà nell’esame delle pratiche e nella loro liquidazione; i primi mesi dell’anno sono stati molto pesanti su questo versante, ora la situazione è leggermente migliorata e si sta iniziando ad agire anche sul fronte della riqualificazione dei dipendenti in cassa o in solidarietà con il meccanismo delle doti lavoro.
In un periodo spazio-temporale definito il punto di equilibrio raggiunto potrebbe anche bastare, se lo stato di crisi dovesse superare la fine del 2009 evidentemente si dovrà verificare e mettere a confronto la congruità delle risorse e le concrete opportunità di ripresa.
Favorire l’ottimismo
Occorre, è necessario essere ottimisti ma non è uno stato d’animo che si può imporre per decreto. Gli inviti a proseguire a fare impresa, a prestare lavoro e a consumare come se la crisi non esistesse si sono rivelate una costante – tutta italiana – in questi lunghi mesi; era in un certo senso doveroso, ma insistere e reiterare solo visioni positive in una situazione quotidiana che va nella direzione opposta rischia di ingenerare una schizofrenia di fondo in coloro, e sono tanti, che con e contro la crisi ed i suoi effetti devono combattere veramente.
Le misure adottate per favorire consumi e investimenti sono o ripetitive – come nel caso dei benefici per la rottamazione, in primis quella per l’auto – o in contrasto con la realtà di imprese alle quali servirebbero oggi aiuti concreti per evitare perdite economiche e di capacità di competere e che invece si vedranno riconoscere, forse, utopiche agevolazioni fiscali dopodomani su redditi ben difficili da realizzare.
I comportamenti delle aziende
La fiducia e il coraggio di andare avanti, al sistema delle imprese, non è per altro mai mancata in questi mesi bui e difficili : è un riconoscimento dovuto, che forse servirebbe più e meglio di mille proclami per convincerle a non mollare e, magari, a guardare con coraggio a orizzonti nuovi, verso i quali orientare il loro patrimonio di competenze e di voglia di intraprendere.
Rilevazioni effettuate nel tempo sulla percezione della crisi testimoniano di questa volontà mai venuta meno, ma segnalano anche la persistenza di sacche di pessimismo che richiedono qualcosa di meno ingeneroso del loro arruolamento nella categoria dei disfattisti.
Le prospettive future e il che fare
E’ estremamente difficile per molte aziende – ma anche per le loro Associazioni di rappresentanza – provare in modo autonomo ad alzare la testa e, partendo dalla ragionevole certezza che anche questa crisi prima o poi passerà, capire quale potrà essere il loro futuro.
Situazioni come quella in cui siamo immersi possono rappresentare l’occasione per introdurre cambiamenti importanti nella Società e nell’economia. L’Italia ha un disperato bisogno di normalità sociale e di rilanciare l’economia, partendo dal settore produttivo.
Tutti dicono che nulla sarà più come prima, e probabilmente c’è del vero in questa affermazione; già oggi il mercato internazione si sta ridefinendo ed è fondamentale che l’Europa riesca a riconquistare l’ambizione di essere un nuovo polo di sviluppo.
La sensazione è che il nostro Paese sia ammalato di “individualismo” e che debba ricuperare sia il senso del diritto che quello del dovere.
Oggi sarebbero necessari, per aiutare il sistema delle imprese sane premiando la produzione e il lavoro rispetto alla rendita improduttiva, interventi sulla fiscalità, sugli oneri sociali e una maggiore collaborazione da parte del mondo del credito e delle banche.
Per il domani, invece, occorrerà dotare il paese di una vera politica industriale, fare scelte precise, crederci e sostenerle per essere pronti a cogliere la ripresa quando arriverà.
Si stima che nel 2015 i redditi torneranno ai livelli del 2007. C’è da rassegnarsi, pertanto, a un mercato che tenderà a risparmiare ma che cercherà sempre di più livelli di alta qualità nelle quali le nostre imprese, se saranno opportunamente sostenute potrebbero trovare nuovi e importanti spazi.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 10 novembre 2009
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