BA Teatro, dalla “trappola”… alla “Traviata”

Giovedì 26 novembre al Manzoni la piece di Norman J. Crisp, con Giancarlo Zanetti e Nathalie Caldonazzo; venerdì sera al Sociale va in scena la Traviata di Verdi, caposaldo della lirica ottocentesca

Due gli appuntamenti in programma questa settimana nell’ambito della rassegna teatrale cittadina BA TEATRO: il 26 novembre alle ore 21 al Manzoni andrà in scena lo spettacolo “La trappola” di Norman James Crisp; il 27 novembre alle ore 21 al Teatro Sociale è in programma “La Traviata” di Alexandre Dumas fils.

Di seguito alcuni dettagli sugli spettacoli.
“LA TRAPPOLA”
Genere: prosa brillante Produzione: LUX-T S.R.L. Autore: N.J. CRISP Con: GIANCARLO ZANETTI – NATHALY CALDONAZZO Regia di: GIANCARLO ZANETTI.
Descrizione: Una piece da manuale, dalla psicologia sottile, astuta, con tutti i doverosi trabocchetti e la suspence del caso, con sbalzi e alterazioni, cui si addice in crescendo una struttura al cardiopalmo. In questo spettacolo scatta inesorabilmente un meccanismo che fa leva su almeno una decina di colpi di scena. Cult della letteratura gialla in questo spettacolo si è indotti a soppesare, a stimare in ogni dettaglio fattori come il clima, i silenzi, gli sguardi, le dialettiche, le paure intriganti. Si rivela così un gioco al massacro fa tre personaggi, un enigma correttamente travasato in una gelida e furtiva drammaturgia, che non sparge sangue, ma fa vittime con la sola arma della parola. Un buon esempio di implacabile giustizia privata. In questa stanza di tortura ci si sbrana, e man mano viene a dipanarsi la vicenda di un banale incidente che cela i retroscena di un orrenda indifferenza, di squallidi mimetismi familiari. Il plot è un paziente e infinito e morboso accumularsi di tasselli che violano la privacy di un marito e di una moglie non esenti da connivenze e però, chi più e chi meno trasgressivo, giunti ad un bivio di credibilità. Una tragedia incruenta, sentenziata con calma attraverso una inesorabile ragnatela di rivelazioni. Un teatro da camera che prende per la gola e incalza.

“LA TRAVIATA”

Genere: melodramma in tre atti e quattro scene da "La dame aux camelias" di Alexandre Dumas figlio. musica di Giuseppe Verdi. libretto di Francesco Maria Piave con il teatro dell’Opera di Milano con la Corale lirica ambrosiana (direttore: Roberto Ardigò) e con l’Orchestra filarmonica di Milano (direttore: Francesco Attardi), protagonisti la soprano Sandra Balducci e il tenore Filippo Pina Castiglioni, che interpreteranno rispettivamente Violetta Valery e Alfredo Germont. Ideazione scenica e regia di Mario Riccardo Migliora. Scenografie: Arti di Scena. Coreografie: Valeria Pala. maestro concertore: Veruska Cabello. costumista: Carmen Iacovetta. trucco e acconciature: Mara De Palma. tecnico luce: Maurilio Boni. produzione: teatro dell’Opera di Milano. opera lirica.

«Faccio la “Dame aux Camelias” che avrà per titolo, forse, “Traviata”. Un soggetto dell’epoca. Un altro forse non l’avrebbe fatto per i costumi, pei tempi, e per mille altri goffi scrupoli (…) Io lo faccio con tutto il piacere»: scriveva il compositore Giuseppe Verdi all’amico Cesare de Sanctis nel gennaio 1853. Nasceva così “La traviata”, opera in tre atti e quattro scene su libretto di Francesco Maria Piave, unanimemente considerata «uno dei drammi in musica più importanti a livello universale», nonché, per la sua raffinata vena intimistica e il suo elegante dialogo tra eros e thanatos, il capolavoro della celebre «trilogia popolare verdiana» (della quale fanno parte anche il “Rigoletto” e “Il trovatore”).
Sotto l’occhio di bue del palcoscenico: la bella e scostante Violetta Valery, una prostituta parigina d’alto bordo, realmente esistita con il nome di Alphonsine Plessis, che Alexandre Dumas figlio consegnò a futura memoria nel romanzo e, quindi, nella «comédie mêlée d’ariettes» “Le dame aux camélias" come Margherite Gautier, donna che, dopo una vita trascorsa nel vizio, si innamora, ricambiata, di un giovane di buona famiglia, cui è costretta a rinunciare in nome delle convenzioni sociali del tempo e che ritroverà al suo capezzale, poco prima di spirare.
“La traviata”, il cui debutto risale al 6 marzo 1853 presso il teatro La Fenice di Venezia, si configura come un’«opera di carattere morale», con al centro diversi ingredienti tipici della librettistica ottocentesca: dall’amore inteso come legame che supera ogni limite imposto dalle regole della convenienza sociale alla preminenza del valore della famiglia su qualsiasi altro. Nuova è, invece, la scelta di trattare una vicenda legata alla cronaca contemporanea, per giunta mutuata da un best-seller della cosiddetta letteratura scandalistica, laddove la librettistica prediligeva il più delle volte ambientazioni lontane nel tempo e nello spazio, se non addirittura mitiche. Non è un caso che solo nell’edizione del 1906 l’opera verdiana venisse rappresentata in abiti ottocenteschi; le prime repliche retrodatarono, infatti, la storia all’epoca di Luigi XIV per non incorrere nella censura, ma anche per motivi pratici: «abituati ai costumi, difficilmente i coristi, che cantavano per arrotondare lo stipendio, -ricorda il musicologo Gianni Ruffin- avrebbero indossato con disinvoltura gli abiti di lusso dell’aristocrazia e alta borghesia del tempo».
La grande innovazione di questo melodramma, unanimemente considerato l’«ultima opera belcantistica di Giuseppe Verdi», sta, però, nelle soluzioni drammaturgico-musicali adottate, che ne hanno fatto il perfetto spartiacque fra il modello di inizio Ottocento, ancora legato a una dimensione vocale idealizzata, e la nuova via «realistica», percorsa dal compositore di Busseto con i suoi lavori successivi. La parte di Violetta Valery ne è l’immagine con la sua esuberante ornamentazione virtuosistica del primo atto («tutta quanta risolta con picchi, acuti, scalette e arpeggi», per usare le parole di Renato Bossa), cui segue un finale quasi recitato, giocato su intensi momenti di declamazione, in cui incide più il sentimento del bel canto, dove si respirano tutte le mille sfaccettature dell’animo della protagonista, in bilico tra gioia, dolore, vergogna, pentimento, malinconia. Una novità, questa, che fu colta dal critico dell’Italia musicale nei giorni antecedenti la sfortunata “prima” (l’opera verdiana raggiunse il successo solo nella seconda edizione, quella presentata il 6 maggio 1854 al teatro San Benedetto di Venezia): «La traviata è la migliore o almeno la più progressiva delle opere moderne […] D’ora innanzi […] si anderà al teatro d’opera con quella medesima disposizione con cui si va al teatro del dramma. […] Verdi è inventore di un nuovissimo genere di musica, egli ha moltiplicato i suoi mezzi e vuole che essa sia capace di esprimere non solo i pensieri e i sentimenti in generale, ma anche tutte le loro modificazioni».

Fra i passaggi più popolari del capolavoro verdiano, il motivo “Amami, Alfredo, amami quanto io t’amo”, diventato un topos della lirica, oltre al celeberrimo brindisi “Libiamo ne’ lieti calici”, alla cabaletta “Sempre libera degg’io”, all’aria “Addio, del passato bei sogni redenti” e al duetto “Parigi, o cara, noi lasceremo”. Tutti brani entrati prepotentemente nel comune sentire e capaci di emozionare, con il loro pathos e il loro romanticismo, non solo i melomani, ma anche un pubblico non esperto.
L’allestimento del Teatro dell’Opera di Milano, grazie alla regia di Mario Riccardo Migliara, indaga nel profondo l’animo e i pensieri di Violetta Valery e rivela per lei un’esistenza diversa, fatta dai suoi stessi sogni. Quasi come un incantesimo, i pensieri della donna diventano, infatti, visibili dietro uno specchio, dando la possibilità al sogno di trasformarsi in realtà e aprendo così la porta a possibili inaspettati finali.
Per Informazioni: Teatro Sociale piazza Plebiscito 8, Busto Arsizio, tel. 0331 679000, fax. 0331 637289, info@teatrosociale.it, www.teatrosociale.it.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 25 novembre 2009
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