Il fascino delle rovine e la politica prêt-a-porter

Un intervento del senatore del PD Paolo Rossi

Albert Speer, l’architetto che fu chiamato a ridisegnare l’utopia del Terzo Reich, si ispirò al principio del «valore delle rovine»: era sua intenzione, cioè, realizzare un’architettura talmente grandiosa che sarebbe stata bella anche da distrutta. Come tutti sanno gran parte dei suoi progetti finirono inevasi, sulla carta, a causa della direzione che fu impressa alla storia dagli avvenimenti della guerra, e oggi quell’utopia, costruita di sinistre iperboli, è possibile ammirare nella fotografia di qualche plastico. Il fascino delle macerie, tuttavia, era sorto precedentemente e si era sviluppato in ambito romantico, per mezzo di quel culto delle rovine (chiamato appunto "rovinismo") ch’era un modo per rileggere il presente, affacciati al balcone della storia, dentro la capacità evocativa delle vestigia del passato.
Non ho rimpianti per la società delle ideologie, che ci siamo lasciati alle spalle coi suoi tributi e oneri, ma avverto un profondo disagio di fronte alla trasformazione che ha investito la politica nel suo complesso (ma in parte anche l’informazione), che è stata la causa prima delle insistite derive populistiche cui oggi assistiamo, tali da generare parzialità, incompletezza, approssimazione, ma anche conformismo da un lato e rifiuto dall’altro.
Certi ragionamenti – sembra questo il principio ispiratore dell’attuale Esecutivo – convincono solo chi ha bisogno di una scusa per arrendersi. Dopo lo Scudo fiscale, l’ennesimo schiaffo a chi le tasse le paga e continua a pagarle (si raschia, cioè, il fondo del barile per far cassa e per non affrontare il vero nodo di questo Paese, che è una politica fiscale che continua a garantire gli evasori e privilegi corporativi), e dopo la famigerata Cirielli di buona memoria e il pronunciamento negativo della Corte costituzionale sul Lodo Alfano, eccoci di nuovo di fronte all’ennesima finta riforma.
La legge salva-premier è un altro caso eclatante in cui si confondono le conseguenze con le cause: una riforma della giustizia, in un Paese senza sanzioni che è stato la culla del diritto e dove spopolano gli Azzeccagarbugli, dovrebbe ricominciare dall’ormai obliata questione morale, dal ripristino della legalità, non da meccanismi a orologeria che fingono di riparare agli eccessi della burocrazia.
Il Centrodestra risponde, come ormai ha in uso da tempo, "col ghigno e l’ignoranza dei primi della classe" (sul caso Cosentino, in tal senso, pare addirittura superfluo dire), riducendo l’incendio a un fuoco fatuo, e ponendo l’attenzione sulle pagliuzze senza vedere la trave.

Al "maggiore statista italiano degli ultimi centocinquant’anni" forse sfugge che non è sufficiente il consenso elettorale, rammentatoci a scadenze regolari da opportuni sondaggi, per far strame e sconvolgere le regole.
Latita la politica, è vero, e a fronte di ridenti utopie (credo possa bastare il ponte sullo Stretto a darne esempio), non scorgiamo però che rovine: il palazzo della politica somiglia sempre più a un luogo inabitato, la dialettica parlamentare è pressoché azzerata (si procede con voti di maggioranza o a colpi di decreto), il dialogo, pur con tutta la buona volontà, reso quanto mai difficile e frammentario.
È possibile dialogare infatti, quando con gli opportuni aggiustamenti e gli inevitabili compromessi che la politica impone, ci si muove per imprimere un’evoluzione alla situazione in atto che possa migliorare la condizione dei cittadini. Mi chiedo: se per una parte il dialogo è inteso come puro espediente pragmatico (la ragione è dalla nostra e, se non siete d’accordo, andremo avanti comunque per la nostra strada), quale dialogo sarà mai possibile?
La Magistratura dal canto suo non può e non deve sostituirsi alla politica, e tuttavia allo "svuotamento" sopradescritto risponde inevitabilmente l’avanzare di poteri forti, quali che siano. Più si ridarà corpo e peso alla dialettica parlamentare, più sarà possibile esorcizzare i fantasmi e restituire capacità e dignità alla politica.
Di tale progressivo svuotamento primo responsabile è stato questo Governo: e a fronte di questa politica prêt-a-porter, di corto respiro, presto assisteremo alla prescrizione di processi come Parmalat e Eternit. Non sarà sufficiente, temo, il simulacro di una società del benessere fuori dalla crisi, una nebbia leggera che tutto equipara e tutto ammanta, a farci risalire dal baratro in cui stiamo precipitando.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 13 novembre 2009
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