La vita del frontaliere non è facile, lo scudo non c’entra

Il provvedimento del Governo è una tempesta su cui si stanno scatenando ritorsioni incrociate tra Italia e Svizzera, ma la vita del frontaliere "normale" prosegue con le stesse caratteristiche e difficoltà di prima

zone di confine tra la Svizzera e il varesottoLo scudo fiscale è una tempesta su cui si stanno scatenando ritorsioni incrociate tra Italia e Svizzera, la politica alza la voce e le minacce si sprecano. Ma la vita del frontaliere "normale" prosegue con le stesse caratteristiche e difficoltà di prima: quello di un lavoro in un paese tanto vicino fisicamente e tanto lontano per abitudini lavorative come la Confederazione.

Raffaele, 32 anni, lavora da 10 anni alla Rapelli, una fabbrica alimentare di Stabio molto nota tra i frontalieri della zona. Si occupa di verificare lo stato della refrigerazione per la conservazione dei prodotti. Dalla frontiera di Gaggiolo passa ogni mattina alle cinque e mezza, tornando a casa alle quattro del pomeriggio.

«Non mi sono accorto, a dire il vero, di un cambiamento di atteggiamento nei nostri confronti – spiega – E del resto il mio stipendio svizzero non viene neanche messo su un vero e proprio conto corrente, è una versione light di un conto corrente vero, che serve solo all’azienda per versarci lo stipendio. Io poi vado in banca e lo prelevo. Movimenti, zero»

Edoardo, 27 anni, è operatore finanziario a Lugano da 2 anni. «La situazione dello scudo fiscale è vissuta in Svizzera come un grosso allarme, soprattutto in Ticino. Quello però che preoccupa di più è che tutta Europa l’ha fatto: anche la Germania e l’Inghilterra e la Svizzera è in difficoltà. Per quanto riguarda la nostra vita, invece, si sa che i frontalieri non sono mai visti benissimo, sono quelli che vanno a rubare il lavoro agli svizzeri. Io lo faccio da pochi anni ma si nota. Nel mio ufficio siamo quasi tutti italiani siamo più tranquilli. E anche nel mio caso specifico non pesa e non ci spaventa il discorso dello scudo fiscale: anche professionalmente, perch abbiamo possibilità di rimetterci in gioco con altri strumenti. Noi siamo tranquilli, dobbiamo solo informarli bene. E in dogana non ho notato molte differenze»

Una filiale bancaria Ubs a Stabio, in Canton Ticino Eugenio invece lavora presso l’ente ospedaliero cantonale di Bellinzona, ossia un ospedale pubblico ma anche per lui gli effetti dello scudo non si sentono: «Al momento non ho avvertito nessuna differenza al lavoro, anche se non mi è ben chiaro quanto lo scudo fiscale andrà a incidere sui frontalieri». Anche perché: «Se deve essere uno strumento per facilitare il rientro in Italia di capitali "sfuggiti agli occhi del fisco", questo non è caso dei frontalieri. Infatti in base agli accordi bilaterali sottoscritti tra Italia e Svizzera mi risulta che il circa 40% delle imposte che un lavoratore frontaliere paga in Svizzera vengono girate al corrispondente comune di residenza in Italia (nel mio caso il comune di Varese). E in dogana (mi riferisco al valico di Gaggiolo) al momento non ho riscontrato un aumento dei controlli nè da parte dei finanzieri italiani nè da parte delle guardie di confine svizzere».

Per Laura (è un nome di fantasia) , lavoratrice a termine, lo scudo fiscale è l’ultimo dei problemi: «Io lavoro in Svizzera da gennaio con un contratto di un anno, ma che verrà rinnovato e spero con la formula indeterminato. Qui l’italiano è visto come un "magna ramina" nomignolo dato da loro, si intende uno che rosicchia la recinzione, quindi la dogana, per venire a lavorare di qui. Ovviamente dicendoti questo ti ho dato una connotazione negativa del frontaliere, ma perché credo che questa sia la loro visuale. Quindi poi ti chiedi ..ma come mai assumono noi italiani? E la risposta è ovvia: perché ci pagano infinitamente meno di uno svizzero. Io prendo 800 franchi in meno dei miei due colleghi svizzeri, e le mansioni sono identiche. Sottolineo inoltre che la qualità del lavoro che noi italiani produciamo è maggiore, data la cultura,la storia, gli studi, le radici e il contesto sociale in cui cresciamo.. per farti capire, qui vige il dialetto come lingua madre… nascono contadini. Senza offesa per la categoria. Deve essere grande lo spirito d’adattamento che un italiano deve avere se vuole lavorare qui. Adattarsi ad un’ altra popolazione totalmente diversa. La vita qui non è facile, la sveglia è alle 5.30 per arrivare in orario alle 8,viste le interminabili colonne.. ma se vuoi costruirti una famiglia questo è il prezzo».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 10 novembre 2009
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